Martinazzoli e il coraggio di “una parola in più”

“…non è il rigore che mortifica. Ciò che mortifica è l’ingiustizia e il privilegio”.

Mino Martinazzoli

Ricorre oggi l’anniversario della nascita di Mino Martinazzoli, parlamentare, ministro, ultimo segretario DC e primo del PPI, sindaco di Brescia. Nonostante questo curriculum di tutto rispetto, questo esponente della sinistra democristiana è poco ricordato e quasi del tutto sconosciuto fra i più giovani, in parte anche a causa del giudizio di taluni, a mio avviso a tratti spietato, sul suo operato di segretario DC in una fase delicata come quella dei primi anni Novanta. 

Io ritengo invece che egli abbia posto tematiche determinanti e ancora oggi attualissime che se ignorate impediscono una reale comprensione delle difficoltà e delle sfide del presente. Un possibile “compendio” del suo pensiero politico lo si può individuare nell’intervento (di cui è reperibile online il video) che egli tenne in occasione del XVIII congresso del suo partito celebratosi a Roma nel 1989, di cui voglio riprendere i passaggi che reputo più illuminanti.

Il discorso parte da un assunto perfettamente applicabile anche all’oggi: la politica è in crisi. La tecnica e l’economia le hanno rubato il primato in quanto la politica è ancora largamente contenuta “nell’angustia delle dimensioni nazionali mentre la competizione della tecnica e dell’economia si svolge ormai secondo transazioni internazionali”. Nell’ identificare come una debolezza il tratto nazionale della decisione politica in confronto ad un’economia sempre più globalizzata e sovranazionale, Martinazzoli ci indica come quella pretesa isolazionista oggi tanto in voga sia effettivamente inefficace nella gestione dei problemi e che dunque ogni sedicente sovranismo sia in realtà nemico di una reale sovranità nazionale, democratica, costituzionale. Accanto a questo fattore ne emerge però un altro che è l’incapacità della politica e della via democratica di rappresentare una strada di riscatto ed emancipazione in uno scenario in cui la fase espansiva si è ormai da tempo arrestata e Martinazzoli vede profilarsi all’orizzonte un “carico di disuguaglianze ingovernabile”. Come scrive nel suo Le ombre dell’Europa lo storico inglese Mark Mazower, quegli anni videro entrare in crisi il modello di welfare state e con esso l’intero contratto sociale.

La risposta che il politico bresciano individua è quella di una ricomposizione “fra popolo e Stato, intuizione di fondo della sinistra democristiana, nella consapevolezza che se lo Stato non può pretendere di assorbire e definire né il singolo né la collettività rimane comunque “la regola più alta, l’attitudine ordinatrice e di governo più equa che una società può disporsi a raffigurare”. Bisogna dunque rifiutare tanto l’idea di una contrapposizione fra lo Stato e la società quanto quella di uno Stato debole che “non corrisponde alle ragioni della solidarietà ma è assai arreso alle ragioni della prepotenza”. Non era un’affermazione scontata negli anni in cui Primo ministro inglese era Margaret Thatcher, non è un’affermazione scontata oggi.

C’è quindi sicuramente il tema delle riforme istituzionali che ancora oggi torna ciclicamente a rappresentare una priorità nel dibattito pubblico del nostro paese. Martinazzoli mette tutti però sull’attenti dissuadendo dall’idea che riformare le istituzioni basti e dalla convinzione che sia dunque possibile trovare una forma perfetta che porrebbe fine a tutti i nostri problemi. Le riforme istituzionali non possono essere immaginate come un “surrogato della politica”, un’impropria supplenza nella crisi della politica, ma come uno strumento nelle mani dell’azione della stessa politica. Credo che sia un insegnamento da tenere tutt’ora a mente nella consapevolezza di dover sempre coniugare politica e istituzioni, funzione e visione, ispirazione e regola.

Noi che non siamo mai stati il troppo della politica non potremmo giustificare il nostro impegno se ci rassegnassimo al niente della politica”. Questa frase potente e lucidissima credo debba essere oggi un faro per chiunque voglia impegnarsi nel servizio alla collettività.

Martinazzoli tre anni dopo quel congresso si troverà a vivere la sua ora più buia quando verrà chiamato ad assumere la guida del partito in un momento di crisi al tal punto acuta e drammatica che gli toccherà sciogliere la Democrazia Cristiana e sancire la nascita del Partito Popolare Italiano, scelta da molti tuttora considerata alla stregua di un suicidio politico. Io penso invece che egli l’abbia compiuta con la piena consapevolezza della responsabilità storica e politica che si assumeva ma anche con la serenità di chi non ha l’ossessione di dover vincere e di dover governare, la stessa serenità che gli permise di dire no a Berlusconi quando questi gli propose l’apparentamento: “Una volta nel 1994 incontrai Silvio Berlusconi e cercai di spiegargli che fare politica significava fare gli interessi degli altri e non i propri. Non ebbi successo”.

Nell’89 egli chiedeva ai suoi compagni di partito di avere il coraggio di una parola in più. Martinazzoli ha sempre tenuto in gran conto la differenza che corre fra moderazione e moderatismo che, amava dire, è la stessa che c’è fra la castità e l’impotenza. La moderazione è per lui il metodo e non il contenuto o il fine di un agire politico che deve essere lungimirante e deve porsi grandi obiettivi. La nostra è al contrario una politica spesso urlata, i dibattiti  a volte più chiassosi che acuti, i proclami mirabolanti ma al contempo inconsistenti. Martinazzoli era antitelevisivo, riflessivo, pacato, enigmatico e a tratti anche mesto ma nondimeno aveva il coraggio di quella parola in più, lo stesso coraggio al quale siamo oggi chiamati noi.

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