Le donne, il motore nascosto del Sud

Le donne in Italia sono più istruite degli uomini, ma hanno meno occasioni di lavoro. E al Sud la situazione è anche peggiore. Ben diversa la condizione femminile nel resto d’Europa.

Il tasso di occupazione femminile in Italia è fermo al 48,4% contro il 66,6% degli uomini; a fronte di una media europea di donne lavoratrici pari al 64,1%. Il nostro paese si colloca al penultimo posto nella graduatoria degli Stati membri, appena sopra la Grecia. Difatti, il Presidente Mattarella ha definito ‘’impresentabile’’ questo dato (se si pensa ad esempio ai picchi della Danimarca con il 74%.)

L’Italia, secondo il rapporto Svimez 2020 (associazione per lo Sviluppo Industriale del Mezzogiorno), si trova in questa posizione perché il dato precipita nelle regioni del Sud (dove addirittura solo il 31% delle donne ha un’occupazione contro il 52,9 % del Centro-Nord).

‘’Gli effetti della crisi si sono risentiti principalmente sulle posizioni lavorative meno tutelate e nell’area del paese che già prima dell’emergenza mostrava le condizioni occupazionali più difficili’’ (dunque giovani, donne e Sud).  Così si è espresso anche il presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo nell’ultima audizione al Senato. Ed ha aggiunto dati ancora meno incoraggianti: il trimestre aprile-giugno 2020 presenta 470.000 donne occupate in meno rispetto allo stesso periodo del 2019. Non è bastato il blocco dei licenziamenti per salvarle, poiché lavoravano tutte in posizioni precarie, part-time o nel settore dei servizi e del lavoro autonomo. (E anche questo fa sorgere delle domande).

Ma, come è stato precisato, le condizioni sono ancora più critiche nel Sud, dove l’emergenza sanitaria ha cancellato in un trimestre quasi l’80% dell’occupazione femminile che si era creata tra il 2008 ed il 2019, così si legge nel Rapporto Svimez 2020. I numeri sono noiosi ma molto esplicativi: -171 mila unità a fronte del +89 mila avuto negli undici anni precedenti. Questo dimostra, con la crudezza dei dati, che se al Nord la prima ondata della pandemia ha scatenato una crisi sanitaria al Sud una crisi sociale.

Bisogna ammettere, però, che la Basilicata nel quadro disastrato a Mezzogiorno emerge in positivo con il 37% delle lavoratrici donne. Sicuramente una cifra irrisoria, ma che comunque ci colloca a una sorta di ‘Nord del Sud’.

La Presidente della Commissione Regionale per le Pari Opportunità, Margherita Perretti, ha commentato gli sconcertanti dati appena illustrati e ha aggiunto che l’emergenza sanitaria ha colpito principalmente le donne, non solo in termini occupazionali ma anche per il sovraccarico di ‘lavoro di cura‘. Con la chiusura delle scuole il tema della conciliazione famiglia-lavoro si è posto in termini di emergenza, sia per le mamme che hanno dovuto garantire la presenza nei luoghi di lavoro sia per quelle che pur lavorando in smart working hanno dovuto, contemporaneamente, aiutare i figli con la didattica a distanza. 

Nel ‘Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza‘ (il programma di investimenti che l’Italia deve presentare alla Commissione europea per rispondere alla crisi provocata dal Covid-19) viene sottolineato che la riduzione dei divari di genere deve essere alla base di ogni progetto nell’ambito dello stesso piano. Il primo passo da fare in questa direzione è ovviamente quello di sostenere la partecipazione femminile al mercato del lavoro che gioverà non soltanto, come è ovvio, alle donne, ma tutta l’economia del nostro paese. Infatti, con un tasso di occupazione femminile più alto aumenterà anche quello di fecondità (i Paesi in cui le donne lavorano di più sono anche quelli in cui nascono più figli e l’Italia è il paese ‘più vecchio’ d’Europa). In più, portare l’occupazione femminile al 60% garantirebbe un aumento di ben 7 punti del PIL.

Ma per fare tutto questo occorre un potenziamento massiccio dell’assistenza all’infanzia, agli anziani e ai disabili così da favorire la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. Non credo debba essere scontato che la cura della famiglia sia un onere per le sole donne, ma al momento (non possiamo illuderci) è così. Proprio per questo la presidente della CRPO Perretti parla di investimenti nelle infrastrutture sociali: ‘interventi strutturali per i servizi di cura della persona, dall’infanzia alla terza età, soprattutto asili nido e tempo pieno nelle scuole‘.

Anche qui infatti i dati sono allarmanti: solo il 12% dei bambini italiani frequenta il nido pubblico. Al momento gli occupati in Italia nell’assistenza sociale sono solo il 2,5% (vs 7% in Francia, 6% nel Regno Unito). Se solo riuscissimo a investire in questi campi quanto gli altri Paesi europei – dice la presidente – si potrebbero avere 2,3 milioni di posti di lavoro in più di cui 1.3 milioni occupati da donne.

La Basilicata purtroppo non è esente, anzi è tra le dieci regioni dell’Unione Europea con i tassi di occupazione femminile più bassi e c’è da aggiungere che una giovane under 30 su quattro né studia né lavora, gli asili nido garantiscono il posto solo al 9% dei bambini e sono presenti solo in una quarantina di Comuni. E se i bambini non possono essere seguiti da nessun altro, chi deve farlo? Ovviamente le donne, non solo per una questione di convenzioni sociali (che vanno assolutamente modificate), ma anche a livello di economia familiare: ricordo che il gender pay gap esiste e a causa di questo i redditi complessivi delle donne sono inferiori del 25% rispetto a quelli degli uomini. Insomma, ci troviamo davanti a un serpente che si morde la coda.

E pare chiaro che gli interventi di conciliazione famiglia-lavoro sono un grande passo nella direzione di rottura di questo circolo vizioso. Sono necessari non solo per una società più equa ma costituiscano dei veri e propri investimenti sul futuro del nostro Paese, nel quale è giunto il momento di riconoscere quanto le donne siano una risorsa preziosa per l’economia italiana – aldilà delle belle parole che si sprecano nelle occasioni canoniche come l’8 marzo.

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