La fame del teatro

Sono passati ormai ben nove mesi dall’introduzione delle stringenti misure socio-economiche del Governo contro il diffondersi della pandemia. L’intermittenza di chiusure e riaperture ha generato scompiglio in tutti i settori e chiaramente a sentirne le conseguenze, sulla propria pelle, sono stati i cittadini.

Inequivocabile è stata la sofferenza alla quale hanno dovuto far fronte i mercati e le realtà che oramai erano intente a stabilizzarsi dopo la Grande Recessione. Le mosse del Governo, attuate e recepite controvoglia dalla scacchiera politica, ne hanno scoperto le debolezze e le volubilità, che negli ultimi anni si sono ormai diffuse e consolidate.

A pazientare a lungo, e a patire maggiormente questa situazione, sono stati i settori di cui il pubblico era spettatore e il contatto umano imprescindibile. Parliamo della sfera artistico-culturale, che ha sofferto molto le piaghe economiche generate dall’emergenza sanitaria.

Un segmento fondamentale dell’economia e della cultura, che condiziona e orienta la struttura del turismo nella nostra società. Eppure, teatri, cinema, musei, luoghi di attrazione e tutti i lavoratori preposti all’efficace funzionamento e al progresso delle attività divulgative, si sono ritrovati casa con rompicapi impossibili da sciogliere.

Come si reinventano tali settori attraverso uno schermo? Come si rende efficace questa assurdità? Ma soprattutto, come generare profitti per affrontare e compensare le spese che gli esercizi richiedono? In molti hanno dovuto porsi il dilemma per provare a superare questa situazione con meno danni possibili.

Dai bauli in piazza Duomo alle manifestazioni di Napoli, il mondo dello spettacolo ha tentato di far sentire la propria voce in maniera pungente, attraverso l’unità e la coesione. Grazie all’ampio lavoro di protesta, alle mobilitazioni diffuse in tutta Italia, le richieste d’aiuto degli artisti non sono rimaste lettera morta. Hanno reclamato misure concrete, hanno avanzato proposte: a quel punto Palazzo Chigi non ha esitato a garantire forme di supporto a questa fascia della popolazione.

Tuttavia ancora molto resta da fare per offrire tutela agli artisti e alle maestranze. Le richieste del mondo culturale non si sono fermate e questo era inevitabile, visto che in molti soffrono perché lavoratori precari o irregolari e quindi molto più esposti ai rovesci della fortuna economica. Non è un caso che continuano le proteste a Milano, Napoli, Bari, Torino, Cagliari, Genova e altre città. Bisogna dare ascolto a questo disagio, che mette in pericolo sia l’economia sia la cultura italiana.

L’arte è l’unico mezzo che rende vivo il nostro Paese, la nostra Regione e le nostre vite, dando corposità e solidità al settore del turismo. Abbiamo tutti bisogno del lavoro di queste persone, affinché la bellezza risuoni fra i nostri borghi e torni ad essere il cavallo di battaglia della nostra identità.

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