La democrazia americana non è in ostaggio

Lo spartiacque tra realtà ed immaginazione non è mai stato particolarmente chiaro negli Stati Uniti d’America. D’altronde il realismo non è una filosofia compiacente agli stessi cittadini americani che, tradizionalmente, per devozione al “pursuit of happiness”, già sancito nella dichiarazione d’indipendenza del 1776, hanno sempre preferito non porre limitazioni né filosofiche né teoriche alla propria volontà. Poi, ad un certo punto della storia, quello stesso rigido volontarismo, che un tempo fu artefice della costruzione della massima economia mondiale, è finito per essere avvolto in una spirale di deviazione sociale ed ideologica tale da farne perdere il senso delle regole che governano la pacifica convivenza. Così scene viste e riviste dei migliori film apocalittici hollywoodiani (con la differenza che lì la sicurezza funzionava) finiscono per concretizzarsi in una realtà surreale: il Congresso degli Stati Uniti d’America è invaso da un gruppo di facinorosi bianchi aizzati dal Presidente in carica Donald Trump.

Per quanto scenica, la situazione è incredibilmente grave. L’assemblea legislativa americana è espressione diretta del principio della democrazia rappresentativa, il Congresso è il soggetto giuridico in cui si sostanzia la sovranità dello Stato, detentore del supremo potere di comando, e lederlo significa minare la sacralità del “rule of law”, ovvero dello Stato di Diritto. Quindi, non è spropositatamente incorretto parlare di “assedio della democrazia”.

Quanto alla cronaca, ieri la Camera e il Senato degli Stati Uniti d’America erano riuniti in seduta comune, presieduta dal vicepresidente Mike Pence, per effettuare un passaggio formale, normalmente a stento riportato dalla stampa, con cui avrebbero ratificato la vittoria di Joe Biden. La seduta, prima dell’invasione dei terroristi, era stata già particolarmente confortante, infatti, la maggior parte dei congressmen repubblicani avevano difatti deciso di scaricare Donald Trump appellandosi alla necessaria difesa delle istituzioni democratiche. Finanche lo storico capogruppo al Senato del “Grand Old Party” Mitch McConnell, orgoglio nazionale del modesto Kentucky, che fino a ieri era stato saldamente al fianco di Trump, in un coraggioso discorso a braccio in cui traspare l’esperienza di un politico d’altri tempi giudica come cospirazioni le teorie fraudolente di Trump per poi affermare che “ribaltare il risultato del voto è il primo passo per la fine della democrazia americana”. Col proseguire dello scaricabarile dei repubblicani, nel mirino delle minacce del ciuffo biondo e della sua banda di suprematisti vi era finito il suo stesso vice Mike Pence che, sempre nella stessa seduta, si era rifiutato di impugnare l’Electoral Count Act, ovvero di rigettare i voti del collegio elettorale e nominare unilateralmente il Presidente. In extrema ratio, in un rally organizzato a qualche chilometro dal Campidoglio, Donald Trump incita i suoi sostenitori bianchi, alcuni armati altri intellettivamente disarmanti, invitandoli a marciare verso Capitol Hill, il tempio della democrazia storica, dicendo “verrò anch’io”. Infine, accade qualcosa che in un contesto così deviato diventa quasi scontato aspettarci: i sostenitori dell’ormai patentato demagogo invadono le stanze del Capitol Building costringendo ad interrompere la seduta del Congresso e ad evacuare l’assemblea. A proposito, restano molti dubbi sull’impianto di sicurezza, si rammenta che qualche tempo fa in occasione di una pacifica manifestazione no global fu mobilitata addirittura la Guardia nazionale che ieri, invece, è stata caldamente scoraggiata a intervenire.

L’impressione è che il trumpismo abbia raggiunto il suo ultimo stadio, quello anteriore alla auto-disintegrazione che si avrà nei prossimi mesi. Non sarà stato un golpe, ma ci assomiglia incredibilmente. Alla presenza dell’elemento fattuale dell’invasione del parlamento manca forse quello tecnico della volontà politica che evidentemente non c’è. È un assedio fine a sé stesso, che se però fosse riuscito a coinvolgere una parte deviata dallo Stato, soprattutto quella militare, avrebbe potuto riprodurre una seria sospensione dello Stato di Diritto. Ma attenzione a non confondere la volontà politica con la direzione politica che, invece, vi è eccome: i facinorosi non hanno agito indipendentemente ma su apposito invito imperativo del presidente in carica Donald Trump, che a tal punto è da ritenersi responsabile morale dell’intera faccenda.  Tant’è che per far rientrare l’ingerenza capitolina i più stretti collaboratori presidenziali hanno dovuto pregare e poi minacciare Donald Trump, in realtà compiaciuto dai fatti correnti, a diffondere un messaggio di distensione e pace. È doveroso allora chiamare quei terroristi per quello che sono, ovvero nondimeno che dei conclamati fascisti, dal momento che hanno attentato al corretto funzionamento del processo democratico di uno Stato sovrano. Per descrivere come si è arrivati ai fatti di ieri esiste una bellissima parola puramente americana: “gaslighting” che nel gergo comune viene utilizzata a rango di “dar di matto” ma che nel linguaggio scientifico fa riferimento ad uno specifico tipo di manipolazione psicologica che consiste nel presentare alle vittime false informazioni con l’intento di farle dubitare della loro stessa memoria e percezione. Insomma, assomiglia molto alla tattica subdola di Trump che inondando i suoi fans di accuse di brogli inesistenti ha portato gli stessi a dubitare della fermezza delle istituzioni americane. Così, ci sono “patriottici” che a furia di inseguire lo sciamano stanno sacrificando il villaggio.

Ad un certo punto pareva quasi si fosse realizzata la profezia di Abraham Lincoln, il quale all’indomani della vittoria della guerra di secessione affermò che semmai l’America perdesse la propria libertà, non sarà per un’invasione esterna ma per un conflitto interno. Ma poi la Storia ha preso un’altra piega, anch’essa francamente prevedibile. Il Congresso in toto s’impunta, vogliono subito ritornare nell’aula per proseguire nottetempo la ratifica dei voti elettorali. Giusto il tempo di ripulirla dagli invasori e si riparte. È un segnale: la più grande democrazia del mondo non si ferma. Ma non solo, negli ultimi decenni abbiamo assistito ad un lento assoggettamento del potere legislativo, quindi il parlamento, da parte di quello esecutivo, ovvero il governo. Il che è particolarmente contrario alle logiche dottrinali delle nostre costituzioni: il parlamento è il vero depositario della democrazia rappresentativa in quanto, banalmente, è eletto a suffragio universale. Anche guardando ai fatti di casa nostra, dove il tutto è molto più amplificato, i parlamenti sono divenuti un mero organismo formale che risponde a input esterni. È come se non avessero più vita propria. Insomma, le assemblee legislative riflettono lo specchio delle società occidentali: polarizzate ed impotenti. Per questo, l’atto del Congresso americano potrebbe aprire le porte ad una rivisitazione del funzionamento democratico delle istituzioni: la semplice volontà di portare a termine un atto meramente formale, quale la ratifica dei voti, diventa una rivendicazione del potere sovrano dello Stato.

Così nel bel mezzo della notta di Washington, il Congresso in seduta comune ratifica la vittoria di Joe Biden come il 46esimo Presidente degli Stati Uniti d’America. Queste folli ventiquattro ore (si spera) segneranno la fine di una corrente politica, quella populista, che probabilmente senza l’assalto di ieri avrebbe avuto ancora qualche anno di vita: Donald Trump ha tirato troppo la corda, ha giocato col fuoco ed è finito per scottarsi. Sicché al momento non si esclude l’applicazione del 25esimo emendamento che permetterebbe a Mike Pence di deporre il Presidente dichiarandolo incapace. È una norma pensata per casi di incapacità naturale che compromettano la sanità mentale del commander-in-chief, ma in tali circostanze potrebbe essere ben adattata anche a casi in cui il presidente è incapace di trasferire il potere. Fatto sta che tanto questa procedura quanto quella di impeachment oltre ad esser lunghe potrebbero rafforzare la posizione di vittima di Donald Trump agli occhi dei suoi sostenitori che, come visto, ha già riscontrato parecchio successo.

Nelle ore successive è poi seguito un coro di dichiarazioni di condanna da parte dei maggiori leader europei, tra le quali particolarmente interessante è quella di Emmanuel Macron. L’auspicio è che tali immagini siano da monito anche per noi aldiquà dell’Atlantico, il rischio che si sia creato un precedente è alto. Perché la democrazia non è una medaglia da indossare, di quelle che guadagnano i boy-scout: è un rituale, una disciplina che deve essere maneggiata con estrema cura. I fatti di ieri ci mostrano quanto la democrazia possa essere fragile e traballante anche in quei Paesi che abbiano espressamente dichiarato di crederci.

20 anni, studente di Giurisprudenza all'Università Cattolica di Milano, già exchange-student negli Stati Uniti d'America. Tra un corso e l'altro mi diletto a scrivere qualche articolo di attualità, specialmente sulla politica estera.

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