Quando La Pira litigò con Sturzo: cosa deve fare il Governo?

Oltre a essere un importante spunto di riflessione sul tema in sé, il confronto fra La Pira e Sturzo potrebbe sembrare irreale a chi come noi è abituato a una politica che si regge sulla rapidità frenetica della comunicazione e sull’invadenza mediatica. Esso è il risultato di elaborazioni teoretiche che necessitano di anni per essere pensate e che dubito fortemente possano essere riassunte nei famosi 140 caratteri di Twitter.

Prima di iniziare è forse opportuno ricordare che Giorgio La Pira è stato un importante esponente della sinistra DC che si fece notare per posizioni che potremmo definire keynesiane. In un articolo del 1950 scriveva di

«un Governo ad obiettivo, in certo modo, unico: strutturato organicamente in vista di esso: la lotta organica contro la disoccupazione e la miseria. Un Governo, cioè, mirante sul serio (mediante l’applicazione di tutti i congegni tecnici, finanziari, economici, politici adeguati) alla massima occupazione e, al limite, al pieno impiego (…) Ma volere seriamente la massima occupazione e, al limite, il pieno impiego, significa accettare alcune premesse e volere alcuni strumenti senza l’uso dei quali non è possibile raggiungere quel fine. C’è, anzitutto, una premessa di natura squisitamente cristiana: è vano – per un Governo – parlare di valore della persona umana e di civiltà cristiana, se esso non scende organicamente in lotta al fine di sterminare la disoccupazione ed il bisogno che sono i più temibili nemici esterni della persona».

A partire da queste premesse intellettuali e politiche, l’occasione dello scontro con Sturzo fu data dalla vicenda del Pignone, storica fonderia fiorentina che nel 1953 era ad un passo dalla chiusura. Il sindaco La Pira si attivò per evitare quella che sarebbe stata una tragedia in termini occupazionali e la perdita di un antico patrimonio industriale convincendo allora presidente dell’Eni Enrico Mattei ad acquistare e salvare la fabbrica. Una soluzione simile viene da La Pira prospettata anche nel caso della Manetti&Roberts per la quale si spende con i vertici di Confindustria.  Arriva allora l’intervento di Sturzo con un lungo articolo del 13 maggio del 1954 intitolato “La pira Statalista” in cui pur non negando (bisogna per onestà intellettuale ricordarlo) la possibilità dell’intervento pubblico in economia, sostiene di vedere nel sindaco di Firenze le prospettive di un nuovo statalismo totale, nemico della libera iniziativa, arrivando addirittura ad affermare: «Mi pare di sentire l’eco del motto mussoliniano: “Tutto per lo Stato e nello Stato; nulla sopra, fuori e contro lo Stato”».

La risposta di La Pira non si fa attendere: «Cosa deve fare il sindaco, cioè il capo e in un certo modo il padre ed il responsabile della comune famiglia cittadina? Può lavarsi le mani dicendo a tutti: scusate, non posso interessarmi di voi perché non sono statalista ma un interclassista?»  e ancora: «Non vorrei che con la scusa di non volere lo Stato totalitario non si voglia in realtà lo Stato che interviene per sanare le strutturali iniquità del sistema finanziario, economico e sociale, del c.d. Stato “liberista” (che sta “a vedere” con olimpica contemplazione la dolorosa zuffa che la privazione del pane quotidiano procura, fra deboli e potenti)».

Sturzo risponderà con toni più concilianti pur ribadendo la sua posizione: «La Pira nella sua replica parla di intervento statale “in modo proporzionato e organico nella soluzione dei problemi economici e sociali”» e cita fra parentesi: «Casa, assistenza, cultura; non è questo il punto di dissenso fra me e La Pira; no, il punto di dissenso è quando contesta la posizione preminente della iniziativa privata nella economia di un Paese moderno…».

Perché questo scontro così acceso? Io credo, lo dico muovendo dalla curiosità dell’appassionato e non da una competenza specialistica che non possiedo, che Sturzo fosse caduto in un ideologismo: l’istanza per lui fondamentale della difesa della libertà e la paura dovuta al ricordo ancora vivo del totalitarismo ebbero il sopravvento sulla valutazione della concreta situazione storica. Ecco il senso di quel “Venga, venga: faccia lei il sindaco” con cui La Pira lo provoca. È proprio il sindaco di Firenze infatti a scrivere che tutto il dissenso nasce da nient’altro che un equivoco e da un’incomprensione di Sturzo.

Difatti La Pira e Sturzo avevano autonomamente e senza interlocuzioni formulato una diagnosi simile dei problemi del capitalismo. Scrive Sturzo: «L’individualismo è al fondo del problema: per esso furono sciolti i vincoli economici e politici dei gruppi umani (famiglia classi città e così via) dando un valore prevalente e spesso assoluto all’iniziativa privata» – «Questo individualismo porta nell’economia alla sfrenata concorrenza, e quindi allo sfruttamento del lavoro operaio sia circa i salari sia circa le ore di lavoro». La socialità negata dall’economia moderna sarebbe poi recuperata a livello di classi sociali in lotta però fra di loro, ma è questo un argomento decisivo per l’elaborazione ideologica di Sturzo che meriterebbe altro spazio. Tornando al nostro problema, La Pira afferma invece: «Dalla libertà di Rousseau derivano – pur senza sottovalutarne certe crescite preziose, sul tema dell’uomo – i massimi mali di cui soffre la civiltà e la società nostra: la libertà economica, cioè l’economia sottratta al controllo e alla guida dell’etica ha prodotto la scissione sociale tra capitalismo e proletariato». Entrambi sostengono dunque che il capitalismo contenga un elemento di individualismo distruttivo che porti a una legge del più forte.

Il codice di Camaldoli alla cui stesura partecipò anche La Pira afferma che i due compiti che spettano allo stato sono l’organizzazione e la tutela del diritto ma anche l’intervento nella vita sociale. Riguardo a quest’ultimo leggiamo: «Lo Stato ha il compito di promuovere positivamente il bene comune; di svolgere cioè in profondità e ampiezza, quanto lo esige la contingenza storica, una multiforme azione nei vari settori della vita per indirizzare le attività umane, avvivarle, armonizzarle, gerarchizzarle». Personalmente credo che anche per la tutela della libertà sia necessario non temere di usare lo strumento dello Stato e che La Pira salvando il posto di lavoro a quegli operai ha salvato e promosso proprio la loro libertà. Sappiamo bene che non basta la formale proclamazione della libertà se poi si ignorano le condizioni materiali in cui deve realizzarsi; come del resto diceva proprio Sturzo, «la libertà è unica e indivisibile».

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