Make America America Again

Corrono brutti tempi a Washington, ma se ne preparano di peggiori.

La federazione americana non è parsa mai così debole dai tempi della guerra civile, mentre la pandemia è tutt’altro che vicina alla fine il poderoso piano vaccinale di Trump non s’è mai visto, l’economia è dichiaratamente in recessione e, per finire, l’allerta nazionale su possibili scorribande urbane è altissima. Il tutto porta all’ammissione di un’innegabile verità di fondo: l’America non è più l’America. O, più precisamente, non è più quell’America forte e robusta che il mondo aveva imparato a conoscere, né quella affidabile di cui l’Atlantico avrebbe bisogno. Al momento ha deciso di essere un’America diffidente e lunatica, che già ben si conosceva e che da tempo si ignorava e rinnegava. La presidenza più controversa della storia americana ha lasciato il segno sull’immagine più che sulla reputazione, così la futile narrativa del “land of dreams” è stata travolta dalla denuncia della spericolata intolleranza razziale e politica di una democrazia tutt’un tratto immatura, addirittura incapace di attraversare pacificamente una tornata elettorale.

Il focolaio dell’estremizzazione covava da molto più tempo di quanto si possa credere, probabilmente già dai tempi di Ronald Reagan. All’inizio si faceva finta di non vedere, anche perché l’integerrima classe politica moderata, a tratti aristocratica, ne era quasi schifata. Poi arriva un miliardario newyorkese che inizia a scuotere la pancia del popolo, che a furia di adunare le folle arrabbiate e giustificarne i toni finisce per legittimare quel mostro che si fingeva non esistesse. Donald Trump non ha accoltellato l’America, quanto più ha deciso di strappare via il cerotto ad una vecchia ferita curata male, mettendo a nudo agli occhi incuriositi del mondo le condizioni croniche della nazione che aveva giurato di guidare fedelmente.

Però sconfiggere il minotauro è una cosa, uscire dal labirinto è un’altra. La sconfitta di Trump alle elezioni è pura illusione, il suo bottino elettorale resta spaventosamente grande e non evaporerà magicamente né si affievolirà spontaneamente. Allora si capisce che Joe Biden non è semplicemente il 46esimo presidente della storia americana, bensì è il primo dopo Lincoln ad ereditare la guida di una nazione che si sta interrogando sulla plausibilità della propria unione. Verso la metà del diciannovesimo secolo, quando avanzò la decisione di abrogare la schiavitù i confederati delle distese agricole meridionali, sentitisi espropriati della loro ben più caro, decisero di ingaggiare una guerra con gli Stati del nord per rivendicare quello che, a loro detta, era un diritto costituzionale. Eppure, dopo secoli di marce la questione razziale resta ancora un problema che affligge gli Stati Uniti d’America, la bipolarità è anzitutto razziale prima che politica.

L’America, oggi, è una nazione che si divide su tutto e tutti, e così come avvenne nel 1865 riesce a dividersi anche geograficamente, con la differenza che mentre prima lo scontro era tra nord e sud, oggi si sostanzia tra la campagna e la città. Gli Stati Uniti di “unito” non hanno più niente, la bipolarizzazione sfrenata si traduce in un profondo disprezzo vicendevole che, però, a differenza di quello che accadrebbe da noi, non si sostanzia tanto nel Congresso quanto nella società. Nel 1830 Alexis de Tocqueville partì alla volta della neonata democrazia statunitense nel tentativo di indagare sul funzionamento dello Stato moderno fuoriuscente della rivoluzione americana. I suoi riscontri vennero riportati nell’opera “La democrazia in America”. Lui, aristocratico ma non nostalgico dell’ancien regime, temeva che con la rivoluzione si potesse instaurare un potere assoluto in quanto volontaristico, non più soggetto alle limitazioni di potere dettate dalle necessità di finanziamento che obbligava la monarchia a trattare con l’aristocrazia. Ma in quella giovane nazione, il giurista francese notò come il rischio assolutista di degenerazione del potere razionale fosse limitato dalla vitalità della società, dalla cooperazione dei cittadini, dal fibrillante pluralismo e dalla tendenza alla socializzazione esterna. Ecco, quel che pare mancare agli Stati Uniti ora è proprio questo: è un popolo che né si parla né si ascolta.

Se Joe Biden è l’uomo giusto al momento giusto ce lo potrà dire solo il tempo, sebbene lo si possa ritenere già il più adeguato al compito, non solo in riferimento all’ormai ex-presidente, ma anche comparandolo ai suoi concorrenti alle primarie democratiche. Non a caso, la sua vittoria ha permesso di unire anzitutto il partito democratico e di garantire la formazione di un gabinetto plurale e rappresentativo di tutte le anime interne. Tra l’altro, recente è la nomina di Bernie Sanders alla budget comittee del Senato, posizione autorevole che gli permetterà di gestire i fondi federali. Perché Joe Biden, in fondo, è quello che serviva ad una politica sempre più radicalizzata: non è un’integralista che si barrica nelle proprie convinzioni ideologiche, ma un moderato centrista che apre saggiamente alla condivisione del programma. Non è un uomo al di sopra del partito, ma un Presidente che vive e lavora con il partito per il Paese. Allora, si potrebbe osare dire che se riuscirà a riprodurre questa mediazione plurale anche sulla nazione, oltre che sul partito, potrebbe davvero riuscire nell’impresa di riparare l’America.

Le intenzioni sono buone, ma le circostanze sono oltremodo insidiose. La sua presidenza non avrà solo l’ingrato compito di portare gli Stati Uniti fuori dalla crisi sanitaria, ma anche quello di contrastare l’ormai imminente crisi economica e curare la ben più pericolosa crisi sociale. Nel 1930, in circostanze simili, il presidente Franklin Delano Roosevelt guarì le divisioni interne portando le masse fuori dalla Grande depressione, scongiurando così le più pericolose derive politiche. Si tratta, insomma, di agire direttamente sugli effetti negativi della crisi economica (percepiti maggiormente dai ceti deboli), confidando nel fatto che una crescita di lungo termine possa a sua volta sanare le tensioni sociali. Si ragionò in un’ottica simile nel 2008, quando lo stesso Joe Biden e il suo presidente Barack Obama subentrarono alla guida di un Paese già lacerato dallo scoppio della crisi dei sub-prime. In entrambi i casi gli Stati Uniti uscirono dalla crisi ancora più forti di quanto non lo fossero prima. A tal proposito, la nomina di Biden alla segreteria del Tesoro appare alquanto significativa, la ex numero uno della Federal Reserve Janet Yellen è una progressista che pensa più alle disuguaglianze che all’andamento dell’inflazione. Ha già stilato un piano d’emergenza di 2.000 miliardi di dollari che passerà nelle prossime settimane alle Camere. La sua nomina segna una conferma nel solco obamiano, non in sintonia col panorama finanziario americano storicamente affiliato alle dottrine della scuola liberista di Chicago e, quindi, ostile a qualsiasi intervento dello Stato nel mercato. Già Obama ammise di esser un sostenitore delle politiche keynesiane che, appunto, fece sue nel costruire il Recovery Plan durante il suo primo mandato. Basti pensare al fatto che il suo piano d’emergenza finanziaria prevedeva la possibilità di nazionalizzare temporaneamente gli istituti bancari irrimediabilmente logorati dai titoli “tossici”. Ora, con Yellen sarà fatto un passo ancora più concreto nella direzione dell’interventismo pubblico nei fallimenti del mercato con misure a sostegno della classe medio-bassa americana che tenteranno, nel lungo termine, di risolvere parzialmente le disastrose disuguaglianze economiche.

Ma risolti i problemi di casa propria, il 46esimo presidente americano dovrà subito dedicarsi a intessere le nuove, ma vecchie, trame della politica estera americana. Il che non è particolarmente semplice, soprattutto tenuto conto della straziante opera del suo predecessore. Il fallimento delle politiche trumpiane non sta semplicemente in una ragguardevole assenza di diplomazia ma quanto più in un’applicazione dei principi privatistici della negoziazione a quelli istituzionali delle relazioni. Così per lui risultò impossibile contemplare la partecipazione ad un concordato che limitava la produzione industriale americana, né riuscì a cogliere nella grandezza della NATO niente più che un notevole esborso ingiustificato di risorse. Allora, a Biden spetta il compito di riportare l’America al centro dell’agenda di politica estera dei Paesi alleati che, nel frattempo, si son organizzati di propria iniziativa concludendo, in alcuni casi, accordi commerciali con l’antagonista cinese.

Per dare un’idea di quanto sia cambiato il mondo in questi quattro anni basta pensare che nel 2016 Barack Obama lasciava in eredità al suo successore l’accordo sul TTP (Trans Pacific Partnership) che comprendeva la nascita di una gigantesca area di libero scambio tra 12 paesi (tra cui Giappone, Corea del Sud e Australia) la quale avrebbe convogliato ¼ del commercio mondiale col risultato indiretto di isolare la Cina. Oggi, al termine del perverso mandato di Trump, non soltanto è stato firmato il ritiro degli Usa dall’accordo TTP, che avrebbe generato un indotto interno di circa 131 miliardi, ma in più la politica isolazionista americana ha direttamente favorito la Cina, ormai leader incontrastata dell’area asiatica, la quale ha recentemente presieduto la stipula del RCEP (Regional Comprehensive Economic Parternship) che comporterà un patto di libero scambio volto a cumulare il 40% dell’economia globale, includendo all’interno anche storici alleati americani. Nella geopolitica il Presidente uscente è stato semplicemente disastroso.

Ma non finisce qui, perché Donald Trump è stato capace anche di bloccare i lavori del WTO (World Trade Organization), una delle poche organizzazioni internazionali realmente funzionanti che s’impegna a regolare gli accordi tra Stati membri e a risolverne le dispute attraverso un collegio arbitrale (di cui Trump ne ha impedito le nomine dei giudici) che emette sentenze e prevede sanzioni. Così, in politica estera Joe Biden cercherà di rimettere in piedi le politiche pre-Trump, non a caso nelle sue nomine si avverte una sorta di continuità con Obama: il segretario di Stato sarà Tony Blinken. Newyorkese, ex musicista rock, già vicesegretario di Stato nel 2015, è un diplomatico “clintoniano” costruito sulla dottrina del multilateralismo e dell’interventismo nelle aree di crisi, non a caso fu un sostenitore della primavera araba. La sua nomina è stata accolta molto calorosamente dai quotidiani francesi che all’indomani della notizia titolarono: “un amico della Francia”. Blinken ha vissuto per ben tre anni a Parigi, nei cui salotti politici fidelizzò, tra i tanti, con l’ex Presidente recentemente defunto Giscard d’Estaing. Con lui, Biden cercherà di recuperare campo sulla Cina attraverso il fronte occidentale ristabilendo un rapporto di prim’ordine con l’Unione Europea e i principali partner statali. Già il G20 italiano sarà occasione utile per percepire il “ritorno” degli Usa nelle politiche internazionali. Anche se, probabilmente, Joe Biden un favore all’Europa l’ha già fatto chiarendo a Boris Johnson che non avrebbe coperto gli effetti di un’eventuale “hard Brexit” (senza accordo) come, invece, gli aveva promesso Trump. Insomma, è chiaro che attraverso le politiche estere passerà la gran parte del progetto di riparazione di Biden: se l’America vuole ritornare grande, deve farlo anzitutto sullo scacchiere internazionale.

In America da sempre vige una tradizione presidenziale che importa una sorta di continuità tra l’operato di amministrazioni anche profondamente diverse tra loro. Così Barack Obama nel 2008, ancor prima dell’elezione, collaborò con l’allora presidente Bush nella formazione del piano di salvataggio TARP per affrontare la crisi dei mutui. Una scelta molto coraggiosa a livello politico data la spiccata antipatia del proprio elettorato democratico verso la finanza di Wall Street, ma vista la dilagante recessione, per serietà istituzionale, l’allora candidato alla presidenza decise di collaborare anche a discapito di qualche voto in meno. Insomma, vi è sempre stato un minimo di continuità tra le presidenze, spesso anche nella conferma delle nomine. Ebbene, è altrettanto sicuro che questo lusso Joe Biden non se lo potrà di certo permettere, né mediaticamente né politicamente, tutto ciò che concerne il quadriennio di Trump non può avere cittadinanza nella nuova presidenza. Mai come quest’anno l’inaugurazione dovrà segnare il principio di una nuova fase, diversa ed irriconciliabile col recente passato. Appare chiaro, allora, che l’impresa del duo Biden-Harris è notevole, certo bisognerà ricostruire delle macerie, ma è pur vero che soltanto quando si tocca il fondo si è capaci di caricare la spinta necessaria per tornare a galla. Così, viste le condizioni di partenza, sarà senz’altro facile fare meglio di Trump, più difficile sarà, invece, attuare quella straordinaria amministrazione di cui gli Stati Uniti necessitano per uscire fuori dalla triplice crisi. 

Joe Biden e Kamala Harris hanno offerto restaurazione e innovazione nello stesso biglietto, e gli americani hanno deciso di acquistarlo. La loro amministrazione è un ibrido, un ponte che unisce generazioni, generi ed etnie, che proverà a ridare all’America ciò di cui più ha bisogno: la normalità. L’inaugurazione di oggi non sarà una delle tante, Joe Biden giurerà sulla bibbia bordeaux che fu di Lincoln innalzandosi dal podio del National Mall, dando metaforicamente le spalle alla cupola di Capitol Hill alla cui vista riaffiorano le immagini trucide dell’insurrezione estremista, il peggior momento dalla storia recente degli Stati Uniti, e guardando dritto verso l’obelisco monumentale costruito in memoria di George Washington, padre di una Patria da ricostruire e rafforzare. Non sarà un’inaugurazione come le altre anche perché la prudenza consiglia di non illudersi, il popolo americano dopo aver temuto il peggio ben si guarderà dello sventolare apaticamente la bandiera stelle e strisce né vanterà presuntuosamente la propria appartenenza e fedeltà. Ma, allo stesso tempo, l’America tutta oggi è un po’ più patriottica di quanto non lo fosse prima, ha finalmente compreso che per difendere questa Nazione non basta tatuarsi la bandiera sul petto, quanto sentirsi eticamente impegnati a rispettare doveri e obblighi di una comunità politica.

Dopo anni bui, oggi parte da Washington la missione di Joe Biden e Kamala Harris: Make America America Again.

20 anni, studente di Giurisprudenza all'Università Cattolica di Milano, già exchange-student negli Stati Uniti d'America. Tra un corso e l'altro mi diletto a scrivere qualche articolo di attualità, specialmente sulla politica estera.

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