Perché parliamo del PCI

Cento anni.

Cento anni e noi qui a ricordare; ma perché?

Cosa ci spinge a scrivere queste pagine ed a consegnare all’altro la lettura di un nostro pensiero?

Beh, proviamo a rispondere.

Il nostro tempo forse ci impone di non credere più, il sistema nel quale viviamo ci ha assuefatti all’idea oppressiva e soffocante e infelice dell’impossibilità, quando non proprio all’inerzia ed alla rinuncia all’agire. Qual senso potrebbe mai avere credere ancora? Ritenere che parole quali libertà e giustizia sociale abbiano un senso e non suonino solo di un malinconico e lontano riecheggiare?

Si potrebbe erroneamente pensare che “è passato il tempo” ma forse la verità è un’altra ed è ben più tagliente: ad esser passato è solo il coraggio.

Furono Parole e Pensieri e Idee e Uomini a portare alla formazione di una classe politica che fece della lotta la sua ragion d’essere, della ribellione il suo scopo, della pace sociale il suo fine. Fu la speranza, per tanti utopica, per altri storica, di una società migliore a costituire il principio dell’azione.

Comunismo per gli oppressi del mondo si trasformò in sinonimo libertà, ed oggi con fierezza ricordiamo la nascita del più grande ed indipendente Partito Comunista d’Europa. Ci si potrebbe chiedere, ed in effetti tale domanda vien posta da un sistema negligentemente e colpevolmente colluso, se tutto ciò sia ancora vicino alla realtà, se le idee che mossero tanti e tanti altri prima di noi abbiano ancora una presa storica, se non sia solo ideologico un tale approccio al vivere comune, se tutto non si riduca ad una maestosa utopia, ma pur sempre una utopia? Ebbene la risposta e l’invito sarebbero il seguente: che si guardi a quell’infra che esiste e si instaura tra i soggetti di un sistema sociale, che lo si faccia criticamente e non ideologicamente, che ci si chieda se dunque davvero “va tutto bene”; siamo sicuri che la risposta verrebbe da sé. Oggi, a cent’anni da quel 21 gennaio, assume ancora più valore il ricordo di un valore troppo spesso dimenticato: l’opposizione. In un tempo che si prepara a segnare il passaggio, a segnare la venuta di un ordine nuovo (e nessuno assicura che sia migliore del precedente se non si è disposti a pagare il prezzo dell’azione) s’impone l’obbligo etico di un agire comune che superi l’imperante individualismo neoliberista, che consapevolmente costituisca un’alternativa all’esausta e fallace e mistificante retorica dell’ego, che riporti, dunque, la parificazione sociale al centro dell’agenda democratica del nostro paese. L’incertezza di questo anno, la crisi che ne sta conseguendo non fanno altro se non mettere a nudo le contraddizioni di un sistema che reclama il suo superamento. E pure un grido di condanna ancora a fatica riesce a levarsi, ancora non si mostra forte e coraggioso e sicuro; si trema innanzi la possibilità dell’azione, ci si chiude dietro il disinteresse, nascondendosi dietro il velo della noncuranza. Ben più forte e assordante è, tuttavia, il berciare sovranista e  ottuso ed inadeguato, ma tristemente presente e pronto a soffiare sul fuoco delle disuguaglianze, oggi più di ieri manifestatamente un rischio per la tenuta democratica del sistema. Ma ancora una volta la destra indossa un velo, dietro lo sbandierato sovranismo non si cela altro se non il peggiore degli egoismi, un abituale asservimento al sistema, al potere, ai “forti”.

Dunque, questa ricorrenza cade – ci vien da dire – nel momento migliore, il più difficile storicamente certo, ma pronta a consegnarci il più importante dei moniti: la necessità della lotta. Lottare per coloro che restano indietro, lottare per un’idea di mondo migliore, lottare perché a rischio è innanzitutto la libertà. Paghiamo le colpe di un sistema che ha creduto di poter ignorare la povertà che generava, che ha fatto della noncuranza il suo pilastro, ma questo tempo è ormai passato: il Centenario ci consegna il compito di continuare sulla strada dei nostri padri.

Infine, l’invito che sentiamo di farvi in questo giorno è di avere coraggio, di riconquistare lo spazio di determinazione sociale che è uno spazio di determinazione soggettiva e politica, di sottrarvi alla massa non-pensante ed arricchirla del vostro più libero io, di riappropriarvi di un’idea, di una romantica utopia.

Perché: oggi no, domani forse, dopodomani sicuramente.

Nato a Potenza, diplomato al Liceo Classico Q.O. Flacco, studio filosofia presso la Federico II di Napoli.

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