Quel che è stato il PCI

È il 1921. Sono passati tre anni dalla Prima guerra mondiale. Sono passati settantatré anni dalla pubblicazione del Manifesto di Marx ed Engels. Amedeo Bordiga esce dal Teatro Goldoni alla testa della sua corrente, e al Teatro San Marco fonda il Partito comunista d’Italia.

È il 2021. Sono passati cento anni dalla fondazione del PCI. Sono passati trent’anni dallo scioglimento del PCI. Eppure, in tutta Italia, si moltiplicano le iniziative, le dirette Facebook, gli articoli e i libri per commemorarne la storia politica. Anche a beneficio di chi conosce poco il Partito comunista italiano, tracciamo insieme un breve schizzo di quel che è stato.

Da Livorno a Lione a Salerno

Quando la Grande Guerra finisce, la pace è difficile a farsi piacere. L’Italia è investita da ondate di scioperi, manifestazioni, rivendicazioni politiche degli operai e dei contadini. Entusiasti condottieri dell’insurrezione sono molti quadri e dirigenti del Partito socialista italiano (PSI). In città e nelle campagne il vento sembra cambiato. «Facciamo come in Russia!» si dicono a vicenda i militanti socialisti, che in larga parte sono massimalisti e quindi rivoluzionari. Lenin non è storia: Lenin è cronaca, se ne parla sui giornali, scalda i cuori nel PSI e l’animo rivoluzionario è forte.

Forte nel partito. Non nel sindacato (ai tempi CGdL), che conta molti più iscritti del PSI. E i cui vertici, meno ingenuamente, sanno bene che questa rivoluzione non può scendere dal cielo come nulla fosse. Proprio la serietà dei sindacalisti nutre di credibilità politica i minimalisti di Turati (e Matteotti) che nel PSI, anche se in netta minoranza, sono apprezzati e ascoltati. Ed è per questo che quando Lenin vara la Terza Internazionale, nel quale non si entra senza aver epurato i gradualisti (cioè i riformisti), si consuma la scissione. Il congresso di Livorno del 1921 è vinto ancora dai massimalisti di Serrati: vogliono entrare nel Comintern, ma senza cacciare Turati, senza cambiar nome in comunisti, senza perdere il potere di dare un’interpretazione italiana alla linea di Mosca.

La corrente comunista fa le valigie. È da tempo che si organizza, attorno alle riviste Il Soviet di Napoli (un gruppo vicino ad Amedeo Bordiga) e Ordine Nuovo di Torino (dove gravitano Gramsci e Togliatti). I comunisti lasciano il PSI e fondano il PCd’I. Dal 21 gennaio 1921 comincia così un periodo in cui socialisti e comunisti faticheranno molto a intendersi. I comunisti reclamano spazio e per staccare le masse dal PSI ne attaccano i vertici di continuo. I socialisti ricambiano. Sullo sfondo cresce lo spettro del fascismo – che senza sosta con agguati, pestaggi e attentati alimenta un clima di violenza al quale le sinistre non sanno rispondere – che dopo poco prenderà anche il potere (la Marcia su Roma è del 1922). La confusione aumenta: l’anno dopo il PSI espelle i riformisti, da Mosca arriva il diktat del fronte unico coi socialisti (proprio mentre è in corso la baruffa tra PCI e PSI), addirittura si costringono i partiti a negoziare una fusione (che Nenni attacca in un editoriale sull’Avanti!).

Ma interviene una retata di arresti che priva il PCI di Amedeo Bordiga e di altri vertici. È in questa fase, con l’appoggio di Mosca, che prendono il comando Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti. Dopo anni di transizione, nel 1926 a Lione il Partito comunista celebra un congresso in cui denuncia l’estremismo della sinistra interna (guidata ancora da Bordiga e che aveva molto criticato la scelta dell’Aventino dopo la crisi Matteotti). La storiografia ufficiale del partito sostiene che qui nasce il vero PCI: non più settario, non più massimalista, non più estremista, ma capace di muoversi nella società e nella politica. Che sia vero o no, presto i comunisti devono entrare in clandestinità perché il fascismo abolisce la democrazia (e fa sciogliere tutti i partiti). Inizia una fase difficile, in cui quadri e dirigenti del PCI si trovano chi all’estero (come Togliatti che assume la guida del partito), chi in prigione o al confino (come Gramsci, che viene incarcerato, per impedire a questo cervello di funzionare si disse, e in cella scrisse i suoi Quaderni), chi a lavorare di nascosto, sotto la spada di Damocle dell’incarcerazione, nel tentativo disperato di rimettere su una rete di contatti nel Paese. Una rete che si tesse, poi crolla, si ritesse, poi crolla ancora sotto la mannaia dell’OVRA (la polizia segreta di Mussolini).

Sono anni duri, colmi di tragedie. Il PCI dà un contributo nella guerra civile spagnola, quando invia quadri e militanti a sostegno delle truppe antifranchiste (ma quella guerra sarà persa e Francisco Franco resterà caudillo in Spagna fino alla morte). È investito dall’urto del patto Molotov-von Ribbentrop (Togliatti e Longo, che coordinavano il partito dalla Francia, vengono subito arrestati e le pubblicazioni italiane oltralpe interrotte). Quando il fascismo crolla, i comunisti partecipano alla Resistenza con le loro brigate Garibaldi e pagano la loro quota del tributo di sangue per la liberazione italiana. Ma il momento chiave è il rientro di Togliatti in Italia, nel 1943. Il Belpaese è allo sbando dopo l’armistizio, circolano armi, il Governo del Re è commissariato dal comando alleato. Che sia arrivato il momento della rivoluzione? No, è solo il momento della svolta di Salerno: l’Italia resterà nel campo occidentale, al PCI spetta un ruolo di lotta per la democrazia e, soprattutto, per la Repubblica e per il lavoro. I militanti trasecolano, ma il PCI tiene. Entra nei Governi provvisori, riprende l’attività sul territorio.

Da Budapest a Praga a Sofia

Quando l’Italia esce dalla guerra si fanno le prove generali per nuove elezioni. Sono le amministrative nelle grandi città. Le vince la sinistra. È il 1945 e, a dire la verità, è anche la prima volta che votano le donne. Si aspetta un po’ per eleggere l’Assemblea costituente e a un certo punto si decide: tra monarchia e repubblica sceglierà il popolo. Una mossa a sorpresa, ma ragionata: per salvare i Savoia, le campagne del Mezzogiorno sono più affidabili di Montecitorio. A questa doppia sfida del 2 giugno 1946 il PCI si presenta con liste autonome e con una forte campagna per la Repubblica. La Storia è nota: vince la Repubblica (grazie a chi ben scelse o provvidenzialmente brogliò) e il PCI incassa il 18% dei suffragi. È terzo, dietro DC e in scia al PSI (che ottiene il 21%). Quando il PSI si scinde sarà il secondo in Assemblea, e gli spetterà la Presidenza – assegnata allo storico dirigente Umberto Terracini. Il contributo del PCI alla scrittura della Costituzione è consistente, pari a quello di DC e PSI. Un passaggio chiave lo fa Togliatti, quando consente il voto sull’articolo 7 (che blinda i Patti Lateranensi a beneficio della Chiesa, nel tentativo, disse Foa, di «disarmare la Chiesa»).

Ma già dal 1947 socialisti e comunisti sono scacciati dal Governo. Comincia una nuova fase che dura per parecchi anni. I socialisti si uniscono in un patto d’azione con il PCI: un abbraccio che li logora su entrambi i fianchi. A sinistra, i comunisti godono di molti vantaggi. I denari di Mosca, l’organizzazione militare, il divieto di dissenso interno (e non è poco visto che il PSI è la casa del dibattito progressista più vivace). A destra, si consolida il PSDI (nato PSLI), una piccola scissione socialdemocratica e moderata che per anni fa da stampella ai Governi centristi. Quando si torna a nuove elezioni (è il 1948) socialisti e comunisti si presentano insieme. Ma la campagna elettorale è massacrante e l’insuccesso molto forte: la DC ha la maggioranza alla Camera e per anni la musica resta la stessa. Un Governo centrista con la DC protagonista, qualche alleato a blindare la maggioranza, e una Costituzione nel congelatore nonostante le proteste della sinistra. Pian piano però il dissenso cresce e la maggioranza traballa. Il PCI ha guadagnato la leadership a sinistra. Ma nel 1956 l’Unione Sovietica invade l’Ungheria e un’ondata di sdegno attraversa il Paese. Togliatti mantiene il partito sulla linea filorussa. Ma l’Avanti, il giornale del PSI, conduce un’inchiesta di denuncia contro l’intervento e nel PSI si consolida il mal di pancia contro i comunisti. È tempo di pochi anni: quando ormai bisogna decidere se cooptare al potere i neofascisti dell’MSI o il PSI, i socialisti iniziano ad astenersi, poi a votare a favore del Governo, e infine entrano nel primo ministero di Aldo Moro (siamo ormai al 1963).

Ormai anche per il PCI è tempo di grandi cambiamenti. Palmiro Togliatti muore nel 1964: il Migliore (così lo chiamavano) lascia un grande vuoto. Lo sostituisce Luigi Longo, partigiano sia in Spagna sia in Italia. Il distacco dal PSI consente di drenare voti dalla maggioranza all’opposizione, specie in un periodo contrassegnato da grandi rivendicazioni sociali in Italia come in Europa. Nonostante siano i socialisti ad aprire una stagione di riforme sociali ed economiche che fanno avanzare i diritti dei lavoratori, sono i comunisti dall’opposizione a incassare i dividendi elettorali grazie al lavoro di critica e mobilitazione. È un momento anche di riflessioni profondissime in tutto l’Occidente sulle sorti del capitalismo, sempre più incalzato dalle proteste operaie. Anche nel PCI cominciano dibattiti appassionati, nei quali si delinea una dialettica tra l’area più moderata (vicina a Giorgio Amendola) e quella più di sinistra (attorno a Pietro Ingrao). Con Longo segretario i comunisti resistono all’onda d’urto della primavera di Praga (l’URSS non perde il vizio di invadere i Paesi alleati: stavolta tocca alla Cecoslovacchia) e anche al Sessantotto (e al Sessantanove). Ma stavolta i comunisti tentano approcci più originali, più in sintonia coi tempi. Sui carrarmati a Praga esprimono dissenso (e già era molto in un’area in cui in pubblico si doveva sempre dar ragione alla linea). Coi movimenti tentano – senza molto successo – un certo dialogo.

Longo è anziano, il partito è in subbuglio, i tempi sono duri: nel 1972 il PCI elegge Enrico Berlinguer suo segretario generale. L’avanzata è netta e i numeri incoraggianti. Il Partito comunista incassa il 27% alle elezioni del 1972, e il 34% a quelle del 1976. L’Italia si arricchisce di una classe media istruita, ma mantiene fasce operaie, disoccupati, casalinghe, e pure giovani pieni di slancio. A questa platea eterogenea il PCI di Berlinguer si rivolge con un linguaggio semplice e nelle stanze del potere veste i panni della responsabilità. Nel 1973 gli Stati Uniti finanziano un golpe in Cile per deporre il Governo socialista di Salvador Allende. In queste circostanze i comunisti italiani si convincono che hanno bisogno di un appoggio internazionale solido se non vogliono rischiare pericolose emulazioni. Berlinguer lancia la strategia del compromesso storico. Molto più di una semplice alleanza con la DC, ma un impegno a un forte rinnovamento della politica italiana. Lo straordinario successo del 1976 legittima il PCI a passi in avanti verso l’esecutivo. Le condizioni sono propizie: il PSI è chiaramente in crisi (al 9% è al suo minimo storico) e rischia di non assicurare maggioranze future ai democristiani. E alla DC Aldo Moro apre una linea di credito politico ai comunisti. I quali, ormai da tempo, hanno cominciato a parlare una lingua tranquillizzante (Berlinguer arriverà addirittura a dichiarare che si sente più tranquillo sotto l’ombrello della NATO). Ma queste condizioni scompaiono velocemente. Nel 1976 il Partito socialista sceglie come leader Bettino Craxi, che della contrapposizione col PCI farà un cavallo di battaglia (D’Alema la definirà la guerra civile della sinistra). Aldo Moro viene assassinato dalle Brigate Rosse nel 1978, e alla DC si chiudono le porte. I comunisti subiscono il movimento del Settantasette, perdono chiaramente la battaglia operaia quando la marcia dei quarantamila archivia il fronte unico dei lavoratori dipendenti. E salta anche il rapporto privilegiato con Mosca. Già nel 1973 Berlinguer era rimasto coinvolto in uno strano incidente in Bulgaria, a Sofia, sul quale aleggia l’ombra dell’attentato: negli anni seguenti tenta, senza successo, di dar vita a un orizzonte alternativo per la sinistra occidentale (l’eurocomunismo). Alla fine nell’81 dichiara che la spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre si è esaurita.

Da Padova a Bologna a Rimini

Quando il Partito comunista accetta di sostenere i Governi della solidarietà nazionale scrive una pagina faticosa e molto poco redditizia della propria Storia. Comincia una parabola discendente, che nel 1979 gli farà perdere molti voti (il 4% secco). L’anno dopo, col terremoto in Irpinia (e in Basilicata – di cui ha scritto un bel ricordo Pietro Di Siena), Berlinguer compie la seconda svolta di Salerno: il PCI abbandona il compromesso storico e sceglie la strada dell’alternativa democratica. Il Paese si può governare col 51%, e si può governare con un esecutivo guidato dal PCI. Peccato che non ci sia nessuno disposto ad accompagnarlo e che la lotta intestina con il Partito socialista inizia e si sviluppa sempre di più.

Nei primi anni Ottanta le sinistre di tutto il mondo sono travolte da un riflusso conservatore in economia, che sfrutta l’inflazione galoppante (spinta al rialzo dalle crisi petrolifere degli anni Settanta) per frenare la crescita degli stipendi e stroncare le rivendicazioni operaie. In Gran Bretagna se ne occupa la Thatcher. In Italia, incredibilmente, la lotta all’inflazione combattuta contro i salari la conduce il primo Governo Craxi con un provvedimento contro la scala mobile. Berlinguer prova a cogliere l’occasione per separare la DC dal PSI (così racconta D’Alema nel suo A Mosca l’ultima volta). Il clima tra i due partiti si fa pesantissimo: al congresso del PSI, Berlinguer è accolto tra i fischi (e Craxi rincara la dose: Non posso unirmi a quei fischi solo perché non so fischiare). È il 15 maggio 1984. Meno di un mese dopo Berlinguer muore a Padova, stroncato da un’ischemia mentre fa un comizio per le europee, che si impunta tra la commozione di tutti a concludere. Il PCI vince le elezioni europee: per la prima e unica volta è il primo partito d’Italia.

Da lì comincia un percorso accidentato e confuso di riflessione interna, prima sotto la segreteria di Alessandro Natta e poi sotto quella di Achille Occhetto. Il PCI perde il confronto teorico con il PSI di Craxi, che riesce a vincere il referendum sulla scala mobile (indetto da Democrazia Proletaria, ma sul quale gli eredi di Berlinguer avevano investito molto capitale politico). Nel Partito comunista esiste ormai un’area convinta che il solco in cui bisognerà collocarsi sarà la socialdemocrazia europea – con la quale peraltro il PCI ha avuto diversi contatti nel corso dei decenni. A questa corrente si rivolge anche Craxi, che lancia più volte messaggi di apertura per la costituzione dell’unità socialista. Ma i comunisti non possono, dopo aver lottato per anni contro il craxismo, consegnarsi armi e bagagli al PSI. D’altro canto non possono nemmeno darsi una mano di vernice: una minoranza, ma autorevole, consistente e rumorosa, non accetterebbe di deporre la falce e il martello. Si decide di non decidere per un po’.

Dopodiché il crollo dell’URSS (annunciato dal crollo del Muro ma ormai nell’aria da parecchio) impone una presa di posizione. Con la svolta della Bolognina il PCI smette di svoltare: bisogna prendere atto che il Partito, e ormai da tempo, marxista-leninista non lo è più. Dopo parecchi mesi di riflessioni interne, si arriva a Rimini per l’ultimo congresso. La separazione è inevitabile. Da un lato chi è convinto di entrare nel socialismo europeo, i vincitori del congresso, che cambiano nome e simbolo e si trasformano in PDS. Dall’altro, gli sconfitti, che fuoriescono e danno vita a Rifondazione Comunista. Tangentopoli spazza via la Prima Repubblica, ma non il PDS, che pochi anni dopo raccoglie i rottami del PSI e di altri partitini per dar vita ai Democratici di Sinistra (DS), dieci anni dopo confluiti nel PD. Rifondazione sta a galla quanto e come può per diversi anni: subisce qualche scissione, partecipa al centrosinistra. Poi Nichi Vendola fuoriesce e fonda SEL. E a quel punto anche Rifondazione, che da qualche parte in realtà pare esista ancora oggi, smette di funzionare. Finisce così la Storia del Partito comunista più grande d’Europa.

Nota. Questo bignami è incompleto, inesatto, troppo breve. Serve solo a dare un’idea, una prima base ai ragazzi più piccoli che non conoscono nulla o poco più del PCI. E serve anche a dare a chi ne sa di più un’occasione di confronto, di critica, di riflessione. Scriveteci la vostra nei commenti, se ritenete. Siamo anche aperti a qualunque vostro contributo, se vi va di mandarcelo (allaltezzadellasfida@gmail.com). Per chiunque voglia approfondire, oltre ai libri che vi abbiamo già consigliato, vi suggeriamo quelli che seguono. (La lista, tuttavia, potrebbe essere infinita…).

  • Albertina Vittoria, Storia del PCI, Carocci 2006
  • Francesco Cundari, Comunisti immaginari, Vallecchi 2009
  • Massimo D’Alema, A Mosca l’ultima volta, Donzelli 2004
  • Pietro Ingrao, Volevo la luna, Einaudi 2006
  • Giorgio Amendola, Una scelta di vita, La Nuova Italia 1978
  • Alberto Menichelli, In auto con Berlinguer, Wingsbert House 2014
  • Nello Ajello, Il lungo addio, Laterza 1997
  • Franca Chiaromonte, Fulvia Bandoli, Al lavoro e alla lotta, Harpo 2017
  • Gianluca Fiocco, Togliatti, il realismo della politica, Carocci 2018
  • Giorgio Bocca, Togliatti, Feltrinelli 2014
  • Palmiro Togliatti, Lezioni sul fascismo, Editori Riuniti 2019
  • Palmiro Togliatti, Il 1956 e la via italiana al socialismo, Editori Riuniti 2017
  • Walter Tobagi, La rivoluzione impossibile, Il Saggiatore 2009
  • Enrico Berlinguer, La passione non è finita, Einaudi 2015
  • Piero Ruzzante, Antonio Martini, Eppure il vento soffia ancora, UTET 2020
  • Enrico Berlinguer, Per un nuovo grande compromesso storico, Castelvecchi 2014
  • Luigi Longo, Un popolo alla macchia, Res Gestae 2013
  • Rossana Rossanda, La ragazza del secolo scorso, Einaudi 2020
  • Ferdinando Camon, Pietro Ingrao, Tentativo di dialogo sul comunismo, Ediesse 2019

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