Calamandrei: “Non restate indifferenti!”

è un po’ una malattia dei giovani l’indifferentismo. “La politica è una brutta cosa. Che me n’importa della politica?” Quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina che qualcheduno di voi conoscerà: di quei due emigranti, due contadini che traversano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime, che il piroscafo oscillava. E allora questo contadino impaurito domanda ad un marinaio: “Ma siamo in pericolo?“. E questo dice: “Se continua questo mare tra mezz’ora il bastimento affonda“. Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno. Dice: “Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare il bastimento affonda“. Quello dice: “Che me ne importa? Unn’è mica mio!“. Questo è l’indifferentismo alla politica.

Dice questo Pietro Calamandrei ad un gruppo di studenti milanesi nel 1955, ma in fondo è come se lo dicesse a noi, oggi, ad una generazione totalmente diversa da quella degli anni ’50, con interessi diversi, ma in molti casi, con un disinteresse comune, quello per la politica.

Ritengo sia necessario partire dalla domanda più banale, e in quanto tale più insidiosa: che cos’è la politica? Scomodando le fonti più autorevoli scopriremmo che è “l’arte che attiene alla città”. La politica è un’arte, è un qualcosa che si fonda intorno alla bellezza, che in quanto tale richiede di essere ammirata, tutelata, rispettata, preservata nella sua purezza, condivisa. La condivisione è il nutrimento della politica, ossia dell’arte che attiene alla città; e che cos’è la città se non una comunità in cui si coopera, e dunque si condivide? Non bisogna pensare alla politica come ad un qualcosa di astratto, immenso e lontano da noi, perché c’è del politico ovunque c’è spazio per una collettività, e quindi a scuola, al parco, in famiglia, in palestra, in ufficio, nel centro commerciale…

Disinteressarsi della politica, in una certa misura, significa disinteressarsi di sé stessi, della propria vita, del proprio futuro, permettendo così ad altri di scegliere per noi. Bisogna vivere la politica, considerarla come un qualcosa che ci appartiene direttamente e strettamente, far scorrere dentro di noi il suo spirito, perché solo attraverso questa ci è permesso di apprezzare davvero il senso della socialità, solo attraverso questa ci si può “rendere conto (e questa è una delle gioie della vita) che nessuno di noi nel mondo è solo, non è solo perché siamo in più, perché siamo parte, parte di un tutto, un tutto nei limiti dell’Italia e del mondo”, dice Calamandrei.

Ridurre la politica ad un giro di denaro, ad una culla per la malavita e la corruzione, all’occasione con la quale incassare potere e notorietà, significa violentarla, sbeffeggiarla, mancarle di rispetto e far piombare nell’oblio tutti coloro che, sui monti, nelle carceri e nei campi di cui parla Calamandrei, hanno investito il loro dolore, i loro sforzi, le loro vite per garantire a noi altri una politica di comunità, in cui ciascuno può dare un suono ai suoi pensieri, mostrarsi per ciò che è, sperare nell’avvenire.

Se in molti casi la politica è diventata un talk-show è colpa dell’indifferenza, della pigrizia, dell’ottusità nel pensare solo al proprio, come se non fosse influenzato dal tutto. Ma si può rimediare, ripartendo dal senso originario delle cose, con lungimiranza e intenzione di costruire nel proprio piccolo ma a favore della collettività.

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