Italia fuori dai Giochi

Il 13 novembre 2017 è, per gli italiani amanti dello sport, una data infausta, ancora viva nelle menti e nei cuori: è il giorno della fatidica partita Italia-Svezia, terminata 0-0, che condannò gli Azzurri all’esclusione del Campionato mondiale di calcio del 2018. Abbiamo rischiato, in questi concitati giorni, di doverci aggiornare: era infatti quasi certa l’esclusione dell’Italia dai Giochi olimpici di Tokyo del 2021 (già rimandati dal 2020, unica fortuna nella sfortuna dell’emergenza pandemica). Ma il pericolo non è del tutto scampato.

Perché quest’avvenimento così improvviso? In realtà così improvviso non è, e anzi era stato previsto dal presidente del Coni, Giovanni Malagò, tra gli attori di questa storia.

Il lungo processo che potrebbe portare a quest’epilogo ha inizio con il precedente Governo, quello formato da Lega e Movimento 5 stelle, che propone una radicale riforma dello sport sotto la responsabilità di Giancarlo Giorgetti (Lega), allora sottosegretario del Governo con delega, tra le altre, allo sport. Tale riforma ha come punto focale la riorganizzazione del Coni, e soprattutto del modo in cui questo è finanziato, ma a tale proposito è meglio fare un passo indietro.

Prima della riforma del 2018 il finanziamento dello sport si attuava grazie a un rapporto dualistico, ideato e realizzato nel 2002 a causa di una grave crisi economica del settore e inserito nel fenomeno della privatizzazione degli enti pubblici.

I soggetti erano il Coni, ente autonomo, e la Coni Servizi s.p.a., società a totale partecipazione pubblica. L’interazione tra i due organismi era, in breve, un contratto in virtù del quale il Coni, grazie ai fondi pubblici assegnatigli, otteneva dalla s.p.a. i servizi necessari in cambio di un canone annuale; le liquidità residue, negli anni sempre crescenti grazie all’efficacia di questo nuovo assetto, venivano poi erogate come contributi alle Federazioni.

Il problema, che però da un altro punto di vista si rivela anche il pregio di questa situazione, è che non c’era un meccanismo di incompatibilità tra le cariche apicali del Coni e quella della Coni servizi s.p.a. Il risultato a questo punto intuibile era che spesso i vertici dei due enti erano gli stessi e i termini del contratto non erano realmente negoziati, così che il Coni risultava in sostanza autonomo nel suo finanziamento e dipendente in concreto solo dagli stanziamenti concessi dalla Legge di bilancio.

La riforma gialloverde ha in sostanza mantenuto invariato il rapporto contrattuale in sé ma ha inciso profondamente su uno dei due soggetti del rapporto, la Coni servizi s.p.a. Essa è stata soppressa e al suo posto è subentrata un’altra società, ancora con azionista unico lo Stato, la Sport e Salute. Contestualmente però è entrato in gioco anche un rigido sistema di incompatibilità tra le cariche dei due enti e una dipendenza totale della Sport e Salute s.p.a. dall’autorità governativa, che ne nomina gli amministratori. E’ chiaro che, con questo nuovo assetto, il Coni perde completamente la sua autonomia, dipendendo in via sostanziale dal Governo, ed è proprio questo, come si capirà a breve, il punto del problema.

L’attuale Governo ha cercato, con la Legge di bilancio del 2019, di moderare l’indirizzo precedente, ma una vera riforma era ostacolata da controversie, accese soprattutto durante la scorsa estate, tra il Ministro dello Sport Vincenzo Spadafora, il suo partito (Movimento 5 stelle) e il presidente del Coni Giovanni Malagò. L’oggetto della contesa era chiaramente l’autonomia del Coni, articolata nell’amministrazione dei fondi, nell’incompatibilità tra cariche e nel limite di mandati. Anche questo era un punto discusso e controverso poiché, mentre i 5s erano irremovibili sul massimo di due mandati, il presidente Malagò è attualmente al suo terzo incarico, e, parlando a nome del Coni, dichiarava che avrebbe fatto valere i diritti garantiti dalle leggi dello Stato contro i provvedimenti illegittimi del Governo, anche per il rispetto degli obblighi internazionali assunti nei confronti del Comitato olimpico internazionale. A intricare ancora di più gli interessi in gioco entrava inoltre il Ministro Spadafora, accusato dai grillini di appoggiare Malagò nelle sue rivendicazioni.

Questa situazione precaria si è riflettuta inevitabilmente sull’andamento dello sport e lo ha fatto nel momento peggiore, cioè alla vigilia dei Giochi olimpici 2021. Il Cio prevede infatti nella Carta olimpica, come condizione essenziale della partecipazione, l’effettiva autonomia dell’ordinamento sportivo nazionale ed è un requisito che, come visto, ad oggi manca.

Da questa condicio sine qua non del Cio e dal mancato adeguamento dell’Italia sarebbero discese due conseguenze. In primo luogo, se la situazione fosse rimasta quella, gli atleti italiani già qualificati avrebbero partecipato ai Giochi ma a nome personale, senza cioè simboli nazionali (bandiera e inno in primis), come già successo alla Russia dello scandalo doping e alla Biellorussia di Lukashenko.

Secondo risultato sarebbe stata la sospensione dei finanziamenti per i Giochi olimpici invernali Milano-Cortina del 2026, evento in prospettiva fondamentale per la ripresa economica dalla crisi che già viviamo e che sperimenteremo con maggior vigore alla fine dell’emergenza pandemica. E, ironia della sorte, a mettere i bastoni tra le ruote agli operatori del turismo invernali, così assiduamente nei pensieri dei leghisti questo inverno, sarebbe stata proprio una riforma attuata dalla Lega.

Tuttavia una soluzione a questo disastro sportivo ed economico sembra essere stata trovata!

Stamattina, nella riunione del Consiglio dei Ministri, prima dell’annuncio delle dimissioni di Conte, è stato approvato d’urgenza un decreto-legge già pronto da tempo che permette allo sport italiano di avere la sua autonomia. Al Coni è stata infatti fornita una dotazione organica di personale, anche dirigenziale, in parte proveniente da Sport e Salute s.p.a., oltre a impianti sportivi specificamente individuati. Si torna così in parte alla situazione pre 2002, con la differenza che la società Sport e Salute continua a esistere, e i rapporti tra i due enti saranno probabilmente meglio determinati in un secondo momento, magari con una situazione politica più stabile e un progetto chiaro. Nel frattempo l’Italia arriverà preparata all’esame di domani del Cio, il cui presidente Thomas Bach già si è detto entusiasta per la risoluzione del problema, ma un nuovo ostacolo sembra frapporsi all’orizzonte.

La riforma, infatti, è attuata da un decreto-legge, che per sua natura è precario e ha bisogno di conversione in legge ordinaria entro 60 giorni. Sul tema sport già si è visto come le posizioni, anche all’interno della maggioranza, non siano affatto concordi e il decreto ha semplicemente differito problema salvando temporaneamente la partecipazione dell’Italia. Purtroppo ad oggi il panorama politico non consente previsioni su chi e come affronterà l’argomento, ma due mesi passano in fretta!

Leggenda vuole che il barone Pierre de Coubertin, ideatore dei Giochi, disse: “L’importante non è vincere, ma partecipare”. Noi riusciremo a fare almeno quello?

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