A cosa servono le leggi elettorali

Si fa un gran parlare di leggi elettorali. Ma cosa sono? E come funzionano davvero? Dovremmo porci tutti queste domande e cercarne le risposte: dalle leggi elettorali dipende il peso del nostro voto. Proviamo a fare il punto dei due sistemi elettorali basic, e cioè il maggioritario e il proporzionale. Con una dovuta premessa.

La legge elettorale serve a convertire i voti in seggi. Bisogna eleggere un Parlamento? Bene, dovranno votare milioni di persone. Alla fine dello spoglio avremo un verbale con quanti voti ha preso il tal partito, e quanti il talaltro e così via. La legge elettorale serve appunto a stabilire quanti deputati (o senatori) ha guadagnato un partito, in base a quanti voti quel partito ha riscosso. Punto. Niente di più. Certo, se cambia la legge elettorale, cambierà la strategia politica di ogni partito. Cambierà il modo con cui farà campagna elettorale. Cambierà la prospettiva con cui prenderà certe decisioni (coalizzarsi? fare una lista unica insieme agli alleati? correre da solo?). Ma una cosa dev’essere chiara. La legge elettorale non addrizza le gambe a una politica zoppa. Non è cambiando la legge elettorale che migliora la politica. La legge elettorale è una formula aritmetica. E i suoi benefici politici, in genere, ampiamente sopravvalutati.

L’ossessione maggioritaria

La legge elettorale più antica del mondo è la maggioritaria: è eletto chi ha più voti. In astratto può valere per eleggere tante persone contemporaneamente (dobbiamo eleggere cinque deputati? E allora saranno eletti i cinque più votati). In genere però il sistema adottato è uninominale: cioè si divide il territorio nazionale in tanti pezzetti (collegi). Ogni collegio eleggerà un deputato (o un senatore). Tra i vari candidati che si sfidano nel collegio (uno per partito) si elegge il più votato.

Tra gli estimatori di questa legge circola una motivazione molto convincente. Il maggioritario crea maggioranze ampie e quindi stabili. In Inghilterra basta il 40% dei voti per sfondare, spesso e volentieri, il 60% dei seggi. In Francia Emmanuel Macron ha conquistato una maggioranza bulgara all’Assemblea nazionale (e aveva solo il 30% dei voti). Sembra un valido argomento. In realtà è una fake news. Il maggioritario è un sistema in cui la geografia svolge un ruolo chiave: non è importante ottenere più voti dell’avversario, ma distribuirli bene. Cioè vincere più collegi possibili. Non a caso capita che a volte sia il secondo partito a vincere le elezioni (nel 1951 i laburisti ottennero un milione di voti in più ma sette seggi in meno dei Tories). Il maggioritario crea grandi maggioranze se il sistema politico è stabile e i voti dei partiti sono distribuiti in modo omogeneo. Altrimenti, non c’è maggioritario che tenga (e in Inghilterra infatti è mancata la maggioranza sia nel 2010 sia nel 2017).

Un altro grande vantaggio del maggioritario dovrebbe essere lo sterminio dei piccoli partiti. A rigore non è sbagliato: in effetti i partiti più piccoli hanno scarsissime possibilità di conquistare seggi perché difficilmente riescono ad arrivare primi in qualche collegio (Liberi e Uguali, per dirne una, nel 2018 non ha vinto neanche un collegio nonostante il 3% dei voti). Potremmo discutere se questo obiettivo sia davvero un bene. Però il punto è un altro. Può non essere vero. E può non essere vero perché, se anziché fare un maggioritario all’inglese (in cui vince il primo del collegio) o alla francese (in cui si fa un ballottaggio tra i primi due) ne facciamo uno all’italiana (in cui si il candidato è della coalizione e non del partito), i piccoli partiti possono esserne addirittura avvantaggiati. Il maggioritario è una lotta all’ultimo voto: chi ne ha uno in più, va a Roma; chi ne ha uno in meno, grazie tante e arrivederci. Chiunque ha pacchetti di voti organizzati può venderli al migliore offerente. Quindi il piccolo partito che combatte in solitaria resta fuori dai giochi (pensate a Potere al Popolo). Chi entra in una coalizione, in cambio, ottiene qualche collegio sicuro per sé (Nencini, segretario del piccolissimo PSI, è stato eletto in un collegio blindato come candidato unico del centrosinistra). D’altronde non è nemmeno necessario competere formalmente tra coalizioni: anche i patti di desistenza consentono alleanze che portano a questo obiettivo. Cioè i casi in cui più partiti si mettono d’accordo per presentare i propri candidati solo in alcuni collegi, sostenendosi a vicenda in tutti gli altri.

Se la geografia e la tattica svuotano il maggioritario di questi elementi, cosa resta? Un grande spreco di voti: in Parlamento arrivano solo i primi arrivati, e tutti i voti assegnati ai candidati perdenti sono persi per sempre. Non c’è un meccanismo che recupera i voti di chi ha perso e li trasforma in altri seggi. Se a Potenza vince qualcuno col 30% dei suffragi, il 70% dei potentini è come se non fosse andato a votare. Questo è l’elemento di maggiore criticità del maggioritario, che lo rende un sistema ormai poco praticato. Esistono meccanismi che provano ad attenuare il fenomeno (il ballottaggio in Francia, cioè la seconda chance di votare – o il voto graduato in Australia, che consente a tutti di ‘mettere in ordine di preferenza’ i candidati in modo da trasferire voti dai meno votati ai più votati). Ma il vizio alla base resta. Ed è proprio il grande e tutto sommato casuale sacrificio di rappresentatività che ha portato l’Europa a vietarlo per le elezioni del Parlamento europeo. Con l’auspicio che presto tutti abbandonino questo metodo rudimentale e irrazionale di voto.

Non uno, ma tanti proporzionali

Il sistema elettorale proporzionale non è uno solo, ma mille e più. Il principio che li ispira tutti è lo stesso: ogni partito ottiene seggi in proporzione ai suoi voti. Quindi in astratto chi ottiene il 15% dei voti avrà il 15% dei seggi, e così via. Nella sostanza non è proprio così, perché in realtà si usano metodi molto diversi per fare la conversione di voti in seggi. Senza scendere troppo nei dettagli possiamo però far presente un elemento: a differenza del maggioritario, il proporzionale può essere corretto.

I due grandi pregi del maggioritario sono spesso dipinti come i due grandi difetti del proporzionale: è impossibile creare una maggioranza e ci sono incentivi forti alla frammentazione (ogni partito dell’1% sa che otterrà tanti seggi quanti voti, senza penalità). In realtà alla pletora di piccoli partiti si può ovviare nel modo più semplice del mondo. Ovvero con una soglia di sbarramento: per essere ammessi in Parlamento, bisogna conquistare una certa percentuale dei voti. Ovviamente la soglia non può essere molto alta. Bisognerà fermarsi attorno al 3-5%, perché le minoranze devono essere in grado di vedersi rappresentate. Ma istituire questa soglia (e magari accoppiarla al divieto di candidare iscritti di altri partiti nelle proprie liste, previsto per esempio in Germania) consente già di semplificare di molto i calcoli. Se la quota di voti ai partiti più piccoli, per fare un esempio pratico, è del 10%, implicitamente questo 10% si sposta verso le opzioni politiche più grandi e finisce per premiare chi ha avuto più voti. Inoltre questo sistema induce i partiti piccoli più vicini tra loro a fondersi insieme e a superare divergente inutili: non avendo potere contrattuale per vendersi al miglior offerente, le singole schegge ritrovano interesse al dialogo reciproco e a costruire un partito compatto e meno litigioso.

Ma la maggioranza vien fuori soprattutto da altri due elementi. La formula impiegata, che può premiare di più o di meno i partiti più grandi, e l’ampiezza della circoscrizione, cioè del pezzo di territorio che deve essere rappresentato (in pratica, il numero di seggi a sua disposizione). È molto diverso spartire 100 seggi anziché 10: quando i seggi sono di meno, bisogna fare più approssimazioni. Da queste approssimazioni escono premiati i partiti più grandi e sconfitti quelli più piccoli. E se al posto della proporzione pura (quella del metodo Hare) preferiamo un metodo un po’ meno rigoroso (magari il metodo D’Hont), non c’è bisogno di particolari accorgimenti ulteriori per costruire una maggioranza. In Spagna, per esempio, si sono create per decenni delle maggioranze anche molto ampie, nonostante il primo partito avesse sempre conseguito percentuali attorno al 40%. Avremo modo di parlare dei diversi tipi di proporzionale. Ma bisogna sempre tenere presente che non è affatto vero che il proporzionale sia sinonimo d’ingovernabilità.

Esiste anche un’ultima carta. Il premio di maggioranza. Questo espediente è stato spesso accoppiato a metodi proporzionali, ma nella realtà li trasforma in maggioritari. È il caso in cui una maggioranza semplicemente non c’è. Quando il Paese non sostiene univocamente un’opzione politica, non può esistere una maggioranza. Bisogna rassegnarsi al fatto di doverla costruire, con il dialogo e gli accordi, in Parlamento. Ecco, il premio di maggioranza segue la logica molto discutibile secondo cui se la maggioranza non c’è bisogna inventarla. Ed ecco che ritornano tutti i problemi del maggioritario: il potere contrattuale dei piccoli partiti, la deformazione dei rapporti di forza inaccettabile e spesso arbitraria… Per dirne una: il Porcellum, la legge elettorale con cui abbiamo votato nel 2006, nel 2008 e nel 2013, stabiliva che il primo partito (o coalizione) otteneva di default la maggioranza alla Camera. Nel 2013 bastò il 27% dei voti per avere il 54% dei seggi… Si discute allora di introdurre una soglia minima per far scattare il premio (per esempio, il 40%). Ma a quel punto comincia la grande asta, dalla quale i partiti (e le correnti) più piccoli provano a incassare candidature sicure in cambio dei propri pacchetti di voto.

Insomma, le leggi elettorali sono argomento complesso e siccome sono davvero tante, nei prossimi mesi proveremo ad analizzare insieme quelle più famose ed importanti. Ma fin da adesso occorre ricordare un elemento. La legge elettorale non addrizza le gambe ai cani, ha detto un politico italiano qualche settimana fa. E cioè non è mai l’ingegneria legislativa, ma sempre la situazione politica, a condizionare la stabilità e la governabilità di un Paese.

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