Le scelte compromesse

È stato recentemente pubblicato dalla Fondazione Openpolis un rapporto sulla situazione educativa in Italia, basato (ma non soltanto) sui dati INVALSI. Il titolo, Scelte compromesse, è tristemente eloquente: troppo spesso il contesto di origine (familiare, territoriale, economico) condiziona il rendimento scolastico dei ragazzi. In Italia la soglia dell’equità è ancora all’orizzonte, come dimostra la breve esemplificazione che segue. Nel 64% dei casi, chi ha entrambi i genitori non diplomati non si diploma; il 54% degli studenti provenienti da una famiglia con uno stato socio-economico-culturale basso ottiene risultati insufficienti nelle prove di lingua italiana. Chi vive nelle aree interne e nelle periferie delle grandi città, il più delle volte ha un profitto scolastico inferiore rispetto a chi vive nelle altre zone.

Ma il divario più evidente – non certo una novità – è quello che spacca in due (o in tre) l’Italia. Mentre l’87% dei test alfabetici svolti da ragazzi residenti in capoluoghi di provincia del Settentrione è superiore ai risultati della media italiana, nelle città meridionali questo accade solo nel 25% dei casi (un esempio: la media, a Potenza, è di 195pt; a Matera 190pt; a Treviso 215; in Italia è 200).

I risultati dei test invalsi di matematica del 2019: il divario è evidente e si allarga all’aumentare della classe di età

Questo non autorizza a ritenere che le scuole meridionali siano sistematicamente peggiori rispetto a quelle settentrionali; tutt’altro. La cosa certa è una frattura in due dell’Italia, cui partecipa, nel complesso delle ragioni socioeconomiche, anche l’istruzione, come causa e come effetto (mai come in questo caso: la scuola forma la società ma ne è anche condizionata). Guardando alla stretta contemporaneità, e rimanendo ancora in ambito scolastico, il rapporto Openpolis cita, ad esempio, una concausa: la mobilità degli insegnanti a tempo indeterminato è più alta nelle aree interne che nel resto d’Italia, condizionando negativamente il profitto (e la Basilicata cos’è, se non una grande distesa di aree interne, in cui vivono i cittadini di 126 comuni su 131?).

Guardando invece all’evoluzione storica del fenomeno, appare evidente che la questione meridionale non è certo un’ultim’ora, e che la frattura educativa ne è una delle facce. Una lucida e approfondita ricerca in merito è opera di Tullio de Mauro, noto linguista, che nella sua Storia linguistica dell’Italia Unita (Laterza, 1963) illumina momenti essenziali alla progressiva diffusione dell’italiano in Italia (e non è una battuta, giacché si tratta di un fatto piuttosto recente); questa l’evoluzione principale, che incrocia altre direttrici, tra cui quella della scuola e quella dei territori. In Italia, nel 1861, il grado di istruzione (o di alfabetizzazione) era molto basso, e in modo abbastanza omogeneo tra le varie regioni. Le scuole elementari, oltre a essere frequentate solo dal 50% dei bambini, il più delle volte non riuscivano ad alfabetizzare da sole gli alunni, per cause di vario tipo (scarse risorse economiche, sovraffollamento, resistenze politiche, impreparazione dei docenti – prima dell’unificazione, nel Regno di Napoli erano assunti anche se analfabeti): per questo, solo chi godeva di condizioni socioeconomiche floride poteva permettersi di accedere a più alti livelli di istruzione e imparare, se non l’aveva fatto prima, a leggere; e buonanotte all’ascensore sociale. La situazione è lentamente migliorata: se nel 1861 gli analfabeti in Italia erano il 75% della popolazione, nel 1951 erano il 14%; ma nel censimento dello stesso anno, mentre in Piemonte erano il 3%, in Basilicata (che insieme alla Calabria è stata tra le più lente nel sanare la propria condizione) il 29%. Queste cifre si muovono piuttosto parallele a quelle che riguardano la diffusione della lingua (almeno fino all’avvento diffuso dei mass media), diffusione strettamente favorita da una serie di congiunture che il Mezzogiorno ha raggiunto – quando è successo – con più ritardo rispetto al Nord. Si capisce allora come il divario territoriale che oggi solo si intravede (e che non riguarda più i tassi di alfabetizzazione, ma i rendimenti scolastici) sia l’eco di un’antica scissione che continua a sussistere. Salari più bassi, migrazioni interne, isolamento, scarsa industrializzazione sono solo alcuni dei fattori che hanno condizionato e continuano a condizionare la salute dell’istruzione nostrana. La scuola deve invece appianare, e non sollecitare, le differenze tra classi di qualsiasi genere, deve salvare ragazzi e ragazze da situazioni di disagio e concedere loro gli strumenti adatti a permettersi un futuro: «se [si perdono i ragazzi più difficili] la scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati» – Don Lorenzo Milani.

Per leggere il rapporto della Fondazione Openpolis: https://www.openpolis.it/esercizi/adolescenza-diritto-scegliere-proprio-futuro/

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