Le donne secondo il PD

Il Partito Democratico è l’unico partito politico ad aver inserito all’interno del suo programma uno spazio per l’empowerment femminile. Tra gli  obiettivi vi è quello di eliminare il gender pay gap e promuovere l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro. Infatti in Italia il tasso di occupazione femminile  equivale al 48,4%, a differenza del 66,6% degli uomini.

Di aggancio a questa proposta c’è l’innalzamento dai 10 giorni a 3 mesi del congedo obbligatorio di paternità, altro punto fondamentale dal momento che nella nostra società è consuetudine considerare la maternità una problematica quasi insormontabile per una donna. Il differente periodo di assenza per genitorialità non risulta di certo essere favorevole alla stessa occupazione femminile. 

Propone anche il rafforzamento del Fondo permanente per l’imprenditoria femminile al fine di sostenere la nascita e la crescita delle imprese a conduzione femminile. Investire nell’educazione al rispetto e alla valorizzazione delle diversità e comunicare tali insegnamenti a partire dalla scuola dell’infanzia. In questo modo si possono contrastare discriminazioni e abbattere i soliti stereotipi legati al sesso, ma anche all’origine o alla religione; tale educazione  sarebbe quindi funzionale alla scomparsa di molestie e abusi di cui sentiamo parlare quotidianamente. 

Ancora: implementare la rete dei consultori familiari e garantire la piena applicazione della legge 194. Nel 2021, a sentir parlare ancora della piena applicazione di tale legge, mi verrebbe da dire che non sia del tutto normale, e anche questo aspetto deve far riflettere tutte e tutti. A quarantatré anni dall’approvazione della legge 194, è inconcepibile trovarsi ancora a dover difendere questa legge, si dovrebbe pensare solamente a migliorarla.

Tutti, non solo le donne devono continuare a lottare, ma d’altra parte cosa ci si può  aspettare da un governo che è costituito maggiormente da uomini e mosso da un’ondata assolutamente maschilista. Nel documento A Guide for Europe: Protecting the rights of women and girls in times of the Covid-19 pandemic and its aftermath si sottolinea come in Europa le donne siano in prima linea nel settore sanitario, costituendo l’84% delle infermiere, il 53% dei medici e l’83% degli assistenti professionali per le persone con disabilità o anziane. Questo significa che le donne sono l’avanguardia nella lotta contro la diffusione del virus e sono perciò anche più esposte al pericolo di contagio.

Tuttavia, paradossalmente, sono anche quelle che si trovano a pagare il prezzo più alto dal punto di vista sociale, economico e occupazionale. Sono le migranti infatti che, chiuse le frontiere e interrotti i sistemi d’accoglienza, hanno avuto maggiori difficoltà con le procedure relative alle richieste di asilo o di status di rifugiate; nell’impossibilità di spostamento a causa delle quarantena, sono madri, mogli o compagne che hanno subito violenze fisiche e sessuali, a volte senza poterle neanche denunciare. 

Sembra che il Covid-19 sia un’opportunità da cogliere per minare o limitare la libertà della donne, spesso in contesti dove questa era già sotto scacco”, puntualizza a Repubblica Caroline Hickson, direttrice regionale di Ippfen. “Invece è ora più che mai, in una oggettiva situazione di disagio e pericolo per tutti, che gli Stati devono garantire l’accesso alla contraccezione, ordinaria e d’emergenza, l’aborto, volontario e terapeutico, le cure post-aborto. Non si vede perché in molti Paesi, ad esempio nella cattolica Irlanda, in Portogallo, nel Regno Unito e in Francia, si sia fatto un largo ricorso alla telemedicina per non obbligare le donne a rischiose esposizioni negli ospedali e inutili ritardi nelle diagnosi, mentre in molti altri Stati non si sia mosso esattamente nulla, impedendo di fatto cure e interventi adeguati”.

Questo deve far riflettere sulla poca attenzione che viene data in Italia alle donne e alla loro emancipazione…

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