Il magistero sociale di Francesco

Lo diciamo da subito: l’idea di Francesco leader della sinistra mondiale non ci esalta. Anzitutto perché il Papa è per prima cosa una guida religiosa, e la religione è l’universale che unisce chiunque, sia di destra o sinistra, mentre la politica è particolare, è il luogo delle divisioni e dei contrasti. In secondo luogo, perché la nostra formazione ci insegna che se è legittimo essere ispirati nella propria attività politica da principî religiosi, allo stesso tempo è indispensabile operare avendo sempre ben presente la distinzione fra gli ambiti. E infine perché la rincorsa frenetica al leader carismatico è spesso sintomatica di una debolezza nella capacità di elaborazione politica, debolezza che se sul breve momento può essere sostituita dalla comunicatività, alla lunga non porta da nessuna parte.

Fatte queste doverose premesse, bisogna dire che il magistero di Bergoglio non solo tocca temi che possono essere accolti indipendentemente dai convincimenti religiosi di ognuno, ma che se molte persone di sinistra rivolgono a lui le proprie attenzioni è perché il pontefice argentino pone temi che spessissimo sono assenti negli interventi dei segretari di partito.

Se, ad esempio, provassimo a leggere la sua ultima enciclica, Fratelli tutti, ci imbatteremmo in una critica serrata al modello economico attuale: «Il mercato da solo non risolve tutto, benché a volte vogliano farci credere questo dogma di fede neoliberale. Si tratta di un pensiero povero, ripetitivo, che propone sempre le stesse ricette di fronte a qualunque sfida si presenti. Il neoliberismo riproduce sé stesso tale e quale, ricorrendo alla magica teoria del “traboccamento” o del “gocciolamento” – senza nominarla – come unica via per risolvere i problemi sociali. Non ci si accorge che il presunto traboccamento non risolve l’inequità, la quale è fonte di nuove forme di violenza che minacciano il tessuto sociale. […] La fine della storia non è stata tale, e le ricette dogmatiche della teoria economica imperante hanno dimostrato di non essere infallibili. La fragilità dei sistemi mondiali di fronte alla pandemia ha evidenziato che non tutto si risolve con la libertà di mercato e che, oltre a riabilitare una politica sana non sottomessa al dettato della finanza, dobbiamo rimettere la dignità umana al centro e su quel pilastro vanno costruite le strutture sociali alternative di cui abbiamo bisogno».

O ancora, il tema della proprietà privata che per il Papa va rilanciata nella sua funzione sociale e non confusa per un diritto assoluto: «Il diritto alla proprietà privata si può considerare solo come un diritto naturale secondario e derivato dal principio della destinazione universale dei beni creati, e ciò ha conseguenze molto concrete, che devono riflettersi sul funzionamento della società. Accade però frequentemente che i diritti secondari si pongono al di sopra di quelli prioritari e originari, privandoli di rilevanza pratica».

Infine ci pare importante sottolineare il fatto che il Papa non solo rilanci l’importanza e la centralità della politica, ma affermi che essa ha una sua propria realtà caratteristica e specifica. Se ognuno di noi nella sua vita è chiamato ad aiutare il prossimo e a lenire il dolore dei sofferenti c’è poi però un salto qualitativo, un’altra dimensione che eccede il piano degli individui e che il papa identifica con la bella espressione di amore politico: «È carità stare vicino a una persona che soffre, ed è pure carità tutto ciò che si fa, anche senza avere un contatto diretto con quella persona, per modificare le condizioni sociali che provocano la sua sofferenza. Se qualcuno aiuta un anziano ad attraversare un fiume – e questo è squisita carità –, il politico gli costruisce un ponte, e anche questo è carità. Se qualcuno aiuta un altro dandogli da mangiare, il politico crea per lui un posto di lavoro, ed esercita una forma altissima di carità che nobilita la sua azione politica».

Fratelli tutti pone al centro l’amicizia sociale, che nasce dal dialogo e rifugge il conflitto – fisico e verbale – oggi pane quotidiano della politica; non un’utopia, ma una strada percorribile, per quanto lenta e accidentata: l’obiettivo non è un consenso personale e volatile da raccogliere sfruttando i malumori popolari, ma lo sforzo di concepire e proporre una visione politica, sociale, economica del mondo, fondata appunto sulla fratellanza. La fratellanza non è omologazione (così come il dialogo non è affatto relativismo), obiettivo questo della società del consumo, ma valorizzazione delle diversità, vera inclusione; a essere uguali sono i problemi – la povertà, l’emarginazione, l’isolamento – non le soluzioni.

Grande fama ha avuto anche l’enciclica Laudato si’, in cui Francesco si richiama al noto Cantico del Santo suo omonimo per esplicare lo stretto vincolo tra uomo e natura. La specie umana non può concepirsi come isolata e superiore alle altre, e neppure sfruttare sconsideratamente le risorse ambientali, poiché è parte integrante della natura: «dimentichiamo che noi stessi siamo terra. Il nostro stesso corpo è costituito dagli elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua ci vivifica e ristora». Francesco ha definito questo testo «non un’enciclica verde, ma un’enciclica sociale»: «non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale. Le direttrici per la soluzione richiedono un approccio integrale per combattere la povertà, […] e nello stesso tempo per prendersi cura della natura». Per questo presenta un’ecologia «integrale», sociale.

E il dialogo, il vero impegno politico, è stato al centro della recente visita apostolica di Francesco in Iraq, terra martoriata e insanguinata dalle conflittualità etnico-religiose che l’hanno profondamente segnata, in particolar modo negli ultimi decenni. Non solo una rappresentazione di vicinanza alla Chiesa locale, minoranza ulteriormente ridimensionata nei tempi recenti, non solo uno storico incontro tra islamismo e cristianesimo, che ribadisce l’assoluta estraneità delle religioni – e non delle loro strumentalizzazioni – a ogni tipo di conflitto, ma anche un chiaro messaggio politico, una carezza alla gente tutta, ai frutti dolorosi di tensioni sia interne che internazionali che nell’Iraq si incrociano ed esplodono: la dimostrazione che l’incontro è sempre possibile, purché l’obiettivo sia il bene comune.

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