Ecofemminismo: tra gender gap e discriminazioni

Madre terra
Una analisi sull’eco-femminismo moderno. Tra ecologismo e diritti delle donne , le disuguaglianze di genere durante la pandemia.

Le femministe sono brutte e cattive?

A mio parere il dialogo ed i confronti sul ruolo delle donne sono costruttivi: non bisogna infatti pensare che l’8 marzo possa esaurire tutte le discussioni sul tema. In questo articolo partendo da alcune considerazioni di carattere teorico tenterò di delineare i punti salienti del movimento ecofemminista descrivendone i principali aspetti ideologici e cercandone una applicazione coerente con la rappresentazione del mondo in piena pandemia globale.

Ecologia ed Ecofemminismo

Femminismo ed ecologia vengono messi a paragone grazie alle battaglie e all’attivismo che nascono negli anni ’70 e si concretizzano in diversi congressi e studi internazionali.  

Il termine ecologia viene coniato da Ernest Haeckel nel 1866, lo scienziato descrive così lo studio scientifico di un mondo esterno agli esseri umani e da essi non influenzato. Nasce in questo modo l’idea sbagliata che l’ambiente possa essere protetto con la creazione di leggi che si basano sui numeri e sui dati di fatto, l’applicazione corretta di queste leggi risolverà i problemi climatici.

L’approccio scientista riceve molto successo ma non riesce a risollevare la situazione climatica che sembra invece peggiorare di anno in anno. Altre persone si confrontano con il problema di ecologia, nel 1892 è la volta di Ellen Swallow, chimica esperta di nutrizione, che riesce a formulare una prima definizione moderna: ecologia è lo studio di ciò che circonda gli esseri umani nelle conseguenze che produce sulla loro vita. Il suo lavoro pioneristico viene però relegato all’ambito dell’economia domestica e bisognerà attendere il 1962 per avere nuove critiche all’approccio scientifico, mai approvate dalle istituzioni governative e dai reparti industriali.

È l’opera Silent Spring, della biologa Rachael Carson, che getta le basi per il moderno ecologismo muovendo alla scienza una critica radicale: la volontà di dominio sulla natura, concepita come pura risorsa, sta distruggendo la vita sul pianeta. Fra i movimenti femministi, antinuclearisti, animalisti, pacifisti e ambientalisti degli anni ’70 inizia a sorgere la consapevolezza che l’ideologia che giustifica l’oppressione in base alla razza, alla classe, al genere o alla specie è la stessa che sancisce il dominio sulla natura.

L’ideologia che giustifica l’oppressione in base alla razza, alla classe, al genere o alla specie è la stessa che sancisce il dominio sulla natura.

Le riflessioni sono innumerevoli e toccano molteplici aspetti: l’etica, il diritto, la filosofia e l’economia.

Dalle considerazioni sullo sfruttamento e sulla violenza che vengono perpetrate da millenni, in tutte le culture, nei confronti delle donne nasce una facile metafora con lo sfruttamento e le violenze agli habitat naturali. In quest’ottica il cambiamento climatico è un sottoprodotto dall’ideologia maschilista, e non sarà risolto da approcci tecnologici maschilisti, l’ecofemminismo propone come soluzione una giustizia climatica post umanista e femminista. Non è facile pensare ad una ridefinizione dei ruoli di genere in chiave moderna, sono però molti gli studi che sottolineano le profonde disuguaglianze che esistono per le donne nel mondo; si può scoprire così che  le donne producono la maggior parte del cibo a disposizione, ma la maggior parte di persone senza cibo nel mondo sono proprio donne e bambini.

Il ruolo della donna nel terzo mondo

Su scala globale la rivoluzione industriale e la conseguente globalizzazione hanno creato situazioni di profondo sfruttamento e disuguaglianze fra paesi ricchi, con un alto livello di industrializzazione, e paesi poveri, spesso definiti come terzo mondo o paesi in via di sviluppo.

In questo contesto alle disuguaglianze di tipo economico e sociale si sono aggiunte le conseguenze ecologiche del cambiamento climatico: innalzamento del livello del mare, scioglimento delle calotte glaciali e ghiacciai che si ritirano, barriere coralline che scompaiono, desertificazione, condizioni meteorologiche estreme (uragani, inondazioni, siccità, incendi), migrazioni o estinzioni accelerate di specie, la diffusione di malattie trasmesse dagli insetti sono fra le più evidenti.

I paesi più sviluppati del pianeta, come Cina, Stati Uniti, Russia e India sono ai primi posti per quanto riguarda le emissioni più elevate e Stati Uniti, Australia, Canada e Arabia Saudita in testa con le più alte emissioni pro capite ma il 75–80% degli effetti del cambiamento climatico saranno avvertiti dal Sud del mondo e dai paesi meno sviluppati. In alcuni stati gli effetti sono molto duri perché significano povertà materiale e infrastrutture più deboli di sostegno per l’edilizia abitativa, l’acqua pulita, la sicurezza alimentare, l’assistenza sanitaria e la preparazione e la risposta alle catastrofi.

Le barriere strutturali di genere mettono le donne e i bambini tra le persone più povere del mondo sul fronte del cambiamento climatico. In tutto il mondo, i ruoli di genere limitano la mobilità delle donne, impongono compiti associati alla produzione del cibo e all’assistenza, e simultaneamente ostacolano le donne che partecipano al processo decisionale sul cambiamento climatico. In tal senso nei paesi in via di sviluppo, le donne che vivono in povertà sopportano il peso del cambiamento climatico che crea più lavoro per andare a prendere l’acqua o per raccogliere il carburante ed il foraggio: compiti tradizionalmente assegnati alle donne.

Le donne sono quindi gravemente colpite dai cambiamenti climatici e dai disastri naturali, più degli uomini, ma la loro vulnerabilità non è innata; piuttosto è il risultato di disuguaglianze prodotte attraverso ruoli sociali, discriminazione e povertà.

La condizione delle donne in Italia ed in Basilicata

Nei dibattiti nazionali sul tema della parità di genere si ascolta troppo spesso la facile retorica che spaccia per eliminate tutte le barriere che impedirebbero alle donne di partecipare attivamente alla vita sociale del paese. Di contro ci sono innumerevoli studi che invece sottolineano come sia ancora presente un dualismo che colleghi le donne alla natura e gli uomini alla cultura. I problemi sono quindi presenti su scala globale ma si riscontrano anche a livello territoriale e locale.

Basta analizzare alcuni dati Istat per appurare che nel 2016 all’interno dei paesi membri dell’Unione Europea, il 93% delle donne tra i 25 e i 49 anni (con figli minorenni) si prende cura dei propri figli quotidianamente, rispetto al 69% degli uomini. Tra gli Stati membri, i divari di genere più ampi si osservano in Grecia (95% delle donne e 53% degli uomini) e a Malta, mentre quelle minori in Svezia (96% delle donne e 90% degli uomini) e in Slovenia (88% e 82%).

Riguardo alle attività domestiche e alla cucina, le differenze sono ancora più ampie, nello stesso anno il 78 % delle donne cucina e/o svolge attività domestiche quotidianamente, rispetto al 32% degli uomini. Le differenze più ampie tra le donne e gli uomini si registrano nuovamente in Grecia ed in Italia (81% e 20%), mentre quelle più ridotte in Svezia ed in Lettonia (82% e 57%).

Come è stato dimostrato, sono le regioni più fragili che riflettono maggiormente il peso delle disuguaglianze di genere, in Basilicata lo ha confermato anche il rapporto SVIMEZ che ha dedicato una specifica raccolta di dati sul tema dell’occupazione femminile appurando che:

  • La precarietà del lavoro femminile resta decisamente più elevata rispetto a quella del lavoro maschile soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno.
  • Il 25% delle donne dipendenti a termine nel Mezzogiorno ha quel lavoro da almeno cinque anni (a fronte del 13-14% delle dipendenti del Centro-Nord);
  • Nel Sud il 20% delle donne ha una retribuzione oraria inferiore ai due terzi di quella nella media a fronte del 14% degli uomini;
  • L’occupazione femminile in professioni cognitive altamente qualificate è calata tra il 2008 ed il 2019 di oltre 290 mila unità a livello nazionale (-7,1%), mentre negli altri Paesi europei è aumentata (+21,9% nell’EU). Il calo nel Mezzogiorno è stato assai più accentuato rispetto al Centro-Nord.

Insieme ai giovani a pagare le conseguenze della pandemia sono soprattutto le donne. L’occupazione femminile, già ai minimi europei, si è ridotta nei primi sei mesi del 2020 di quasi mezzo milione di unità, gli effetti occupazionali del lockdown si sono scaricati proprio sulla componente femminile, occupata nei servizi con contratti precari. È davvero preoccupante il dato che segna il tasso di occupazione femminile che non raggiungeva nel 2019 in Basilicata il 40% e con la pandemia si è abbassato ulteriormente.

In conclusione, gli studi sull’ecofemminismo ed i movimenti femministi possono aiutarci a riflettere sulle nostre carenze, è importante guardare a queste tendenze per riprogettare il futuro, consapevoli delle barriere sociali e culturali, a volte difficili da eliminare, che esistono e che riguardano la parità di genere. Solo riconoscendo il problema e tentando di creare nuovi strumenti in grado di invertire le tendenze in negativo potremo dire di aver provato a combattere in favore di una politica di equità ed informazione.

BIBLIOGRAFIA

Gaard, Greta. «Ecofeminism and Climate Change». Women’s Studies International Forum 49 (1 marzo 2015): 20–33.

Ecofemminismo / Ecofeminism, n. 20 di «Deportate, esuli, profughe: rivista telematica sulla memoria femminile», Università Ca’ Foscari di Venezia, luglio 2012.

Bartolini, Tiziana, «Coronavirus: ECOFEMMINISMO E CURA DEL PIANETA. Intervista a Luisella Battaglia», su Istituto italiano di Bioetica. Consultato 12 marzo 2021.

Eurostat, The life of women and men in Europe. «The Life of Women and Men in Europe – Childcare and Housework». [trad. it. a cura dell’ISTAT]. Consultato 12 marzo 2021.

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