La Cultura in Costituzione

Art. 9 della Costituzione italiana: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”.

L’Italia è stato il primo Paese a introdurre nella propria Carta costituzionale un articolo su questo tema e per lungo tempo è stato l’unico a possederlo. Certamente questo si deve alla ricchezza del patrimonio culturale italiano, al fatto che da due millenni la nostra penisola è attraversata da un “ininterrotto flusso intellettuale, composto non solo di poesia, filosofia, letteratura, arte, ma anche da una tradizione di studi e di educazione al sapere della cui venerabile antichità potrebbero rendere testimonianza già solo le date di fondazione di molte fra le nostre università” (Maurizio Bettini, “A che servono i Greci e i Romani?”).

Siamo ancorati all’idea che la promozione e la tutela del patrimonio culturale debba essere strumentale all’economia, perché viviamo in una società subordinata alla legge economica, in cui vale solo ciò che genera profitto, ciò che serve. Molto spesso si investe sulla cultura in proporzione a quanto possa fruttare, perché a cos’altro può servire la cultura se non a questo? Prima di tutto, come Maurizio Bettini suggerisce nel suo saggio, bisogna capire che significato dare al verbo “servire”: “essere necessario a…” oppure “essere servo di…”. 

Se questo verbo avesse la prima accezione, allora la cultura servirebbe ad ogni cosa, anche “all’economista che osserva la società unicamente attraverso gli occhiali del PIL”, perché difficilmente si potranno soddisfare le necessità dell’economia con persone senza un pensiero critico, senza creatività, fantasia, dinamicità di pensiero, senza tutto ciò che la cultura permette di sviluppare. Se invece, si considerasse la seconda accezione del verbo, ebbene la cultura non deve servire nulla, non deve essere schiava, e la storia insegna cosa è successo nel momento in cui la cultura è stata subordinata. Il ventennio fascista ha manipolato la cultura, ha seminato inconsapevolezza, ha legato le ali alla libertà, ha violato le leggi dell’umanità. Non conoscere, trascurare la cultura significa esporsi costantemente al pericolo che qualcun altro possa decidere per noi.

La collocazione dell’articolo nove tra l’Art.8, che sancisce la libertà di culto, e l’Art. 10, in cui si riconosce il diritto d’asilo, fa comprendere che i costituenti hanno riconosciuto alla cultura un ruolo fondamentale, indispensabile per il mantenimento della democrazia. Nel momento in cui la Repubblica si incarica di tutelare il patrimonio, richiama ciascun cittadino a rispondere di questo DOVERE, ma poiché per tutelare è necessario conoscere, con questo articolo lo Stato riconosce a ciascuno il DIRITTO di trovarsi nelle condizioni per poter acquisire delle conoscenze, per arrivare alla consapevolezza di essere parte di una comunità con delle radici comuni grazie alle quali fiorire sempre meglio. Conoscere la totalità di cui si è parte, conoscere da dove si viene per decidere dove andare, conoscere il passato per plasmare il domani è ciò che ci rende umani. L’esaltazione della tecnica, la smania del progresso, la corsa fanatica verso il futuro, la propensione a lasciarsi alle spalle ciò che si è superato, senza acquisirlo come ricchezza o insegnamento ci fa essere macchine. Ma le macchine non sono libere, le macchine non conoscono, vengono impostate da chi le manovra e adempiono alla loro funzione. Gli umani non funzionano, ma vivono, conoscono e dunque sono autonomi, si riconoscono come pari in una collettività e dunque sono liberi, perché la vera libertà non è mai di uno solo, la libertà conosce ed è democratica.

Studentessa del Liceo classico Q. Orazio Flacco di Potenza

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