Alcide De Gasperi, l’uomo della storia

Il 3 aprile del 1881 nasceva Alcide De Gasperi, l’uomo della ricostruzione politica ed economica dell’Italia. Nel celebrare il 140esimo anniversario della sua nascita, ripercorriamo il pensiero e l’azione dello statista trentino.

Per molti Alcide De Gasperi è stato l’uomo del destino, la figura intorno a cui si alzarono le umili speranze di quell’Italia povera e ferita che usciva dal secondo conflitto mondiale. Dopo i primi governi Badoglio e Parri, nel dicembre del 1945 fu nominato Presidente del Consiglio e, da allora, condusse prima l’Italia verso l’elezione dell’Assemblea Costituente, e poi la accompagnò nel passaggio dall’ordinamento monarchico a quello repubblicano, fu il principale fautore del posizionamento atlantista e padre della Ceca, l’antenato dell’attuale Unione Europea.

La prosopopea storica, però, tende troppo facilmente a soffermarsi sul Presidente, trascurando, invece, l’uomo che, per convinzione politica e ispirazione democratica, si oppose fermamente a Benito Mussolini e all’instaurazione del regime totalitario. Certo, inizialmente il Partito Popolare di cui egli era capogruppo ne votò la fiducia al primo governo, ma lo fece per necessità, ovvero, evitare che l’Italia andasse al voto in un momento di conclamata guerra civile. Anzi, a dir il vero, De Gasperi aveva litigato anni prima con Mussolini quando quest’ultimo salì su in Trentino per polemizzare contro gli esponenti locali del Partito Popolare. L’alleanza, comunque, durerà pochissimi mesi: la sua fine verrà sugellata da un suo discorso alla Camera di De Gasperi: Il fascismo è insorto con l’azione diretta e violenta, il metodo non rispetta i nostri criteri etici e politici. Da lì a poco divenne il bersaglio di Mussolini che, prima, ne imporrà la chiusura del suo giornale “Il Nuovo Trentino” e, poi, lo fece incarcerare. Da Regina Coeli, detenuto come perseguitato politico, De Gasperi scriverà delle profondissime lettere alla moglie, nelle quali emerge un profondo senso di colpa per le incresciose conseguenze che il suo attivismo ha causato alla famiglia e i pensieri per le giovani figlie private del padre, ma giammai, in nessuno di quei tanti scritti, De Gasperi rinnegherà le sue azioni né rinuncerà alla sua lotta politica: Mi chiedo se potevo fare altrimenti, mi pare di no. Se trascinerò così a stento il carro della vita le mie bambine non potranno farmene rimprovero. Con queste idee e con questa fede che brilla ancora nello spirito, rinnegare il passato è come disperare nell’avvenire. De Gasperi fece della politica la realizzazione dello scopo fondamentale della sua vita: “Ci sono molti che nella politica fanno solo una piccola escursione, come dilettanti, ed altri che la considerano e tale è per loro, come un accessorio di secondarissima importanza. Ma per me, fin da ragazzo, era la mia carriera, la mia missione”. Quella missione coincise, poi, con un nuovo destino per l’Italia, antifascista e democratica.

Ma Alcide De Gasperi è stato anche l’uomo della patria, seppur la sua patria, sino al primo conflitto mondiale, è stata quella Austro-Ungarica. È strano come il più icastico politico della storia repubblicana non sia effettivamente nato italiano. Anzi, alcuni riconducono proprio a tale alienità la ragione di cotanto successo, da ricercare, appunto, nella sua circospezione, risolutezza e freddezza, aggettivazioni che di italiano sanno ben poco. In effetti, i latini dicevano: Nemo propheta in patria sua. Per quanto l’idea possa stuzzicare alcuni, non si può parlare di De Gasperi come di un “Papa straniero”. Da giovane parlamentare austriaco si fece portatore dell’italianità trentina rivendicando, già agli inizi del Novecento, prospettive di uno Stato cosmopolita e regionale. La massima esplicazione del patriottismo degasperiano si collocherà nel suo intervento al Trattato di Pace di Parigi, dove i tormenti della sua vita, dalla prigionia alla ricostruzione, si sprigionarono in un discorso solenne e critico. Lo statista trentino era chiamato a rivendicare l’essenza e la forza del nuovo popolo italiano, quello antifascista che aveva imbracciato le armi e sacrificato le vite per la libertà. Il tentativo orgoglioso di dimostrare l’alterità all’esperienza fascista, rifiutando l’epiteto di “vinti” che la comunità internazionale voleva imporci nella misura in cui non rendeva merito al sacrificio dell’Italia partigiana. L’Italia era sì stata fascista, ma aveva combattuto per diventare democratica. Così, dinanzi ai delegati dei vittoriosi, De Gasperi disse: Prendo la parola in questo consesso mondiale e sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me: è soprattutto la mia qualifica di ex nemico, che mi fa ritenere un imputato, l’essere arrivato qui dopo che i più influenti di voi hanno già formulato le loro conclusioni in una lunga e faticosa elaborazione. Ho il dovere innanzi alla coscienza del mio paese e per difendere la vitalità del mio popolo di parlare come italiano, ma sento la responsabilità e il diritto di parlare anche come democratico antifascista, come rappresentante della nuova Repubblica che, armonizzando in sé le sue aspirazioni umanitarie di Giuseppe Mazzini, le concezioni universalistiche del cristianesimo e le speranze internazionalistiche dei lavoratori, è tutta rivolta verso quella pace duratura e ricostruttiva che voi cercate e verso quella cooperazione fra i popoli che avete il compito di stabilire”.

Allo stesso tempo, De Gasperi era fortemente convinto che tale pretesa, per esser più forte, necessitava di una esplicita dichiarazione di volontà del popolo italiano al mondo, e non dei partiti, che, attraverso la scelta della democrazia, segnasse la nascita della Repubblica. La monarchia aveva assecondato il fascismo, non aveva fatto niente per respingere la domanda autoritaria di Mussolini, sicché il referendum divenne l’opportunità perfetta per la giovane Italia di rinnegare il ventennio fascista. Di quella fase, di quella rivendicazione democratica, Alcide De Gasperi ne fu il leader indiscusso.

È stato il rappresentante povero di un’Italia povera, che con dignità e valore ambiva a rifondare una società basata sulla solidarietà, sul pluralismo e sulla libertà. De Gasperi era un popolare nel vero senso del termine: “Ho imparato che bisogna guardare innanzitutto al popolo. Quando mi parlano di partiti, io li giudico da questo punto di vista: come servono il popolo? Io non servirei nemmeno la Democrazia Cristiana se non avessi la convinzione che la Democrazia Cristiana vuol servire il popolo. E il popolo vuol dire: il popolo come vive organicamente nel suo paese, nella sua società, nei suoi focolari, nelle sue città. Non vuol dire il conglomerato pasticcio improvvisato su di una piazza”. Queste parole sono estremamente attuali, De Gasperi rivendica il significato costituzionale di popolo, non banalizzandolo ad un soggetto artificialmente ricondotto alla “piazza” ma riconoscendolo nel suo pluralismo etnico e territoriale, nelle sue formazioni associative, nella sua spontaneità. Da queste frasi dovremmo muovere nel negare e diffidare dalle reductio ad unum che soventemente i populisti effettuano: il popolo non può essere pensato al singolare. Così, da segretario della Dc, rifiutò di dialogare con le prime forme di populismo dell’epoca come il Fronte dell’Uomo Qualunque. In tale riconduzione del popolo ad un’unità semplificata vi è la negazione completa della dottrina cristiano democratica. De Gasperi, in tal senso, concordava pienamente con l’avversario di partito Giuseppe Dossetti che parlava di “democrazia sostanziale”: quella capace di penetrare al di sotto dello strato superficiale della società, inserendosi nei luoghi della vita sociale. Per questo De Gasperi, sin dalla gioventù austriaca, si rivelò attento alle minoranze, in quel caso trentina, poi da Presidente del Consiglio concentrò i suoi sforzi verso la minoranza economica del paese quale era il Mezzogiorno, oltre che alla promozione degli Statuti Speciali. Parimenti, De Gasperi non fu un leader-personalistico, né ambiva ad esserlo, tanto nel partito quanto nel governo seppe costruire un dialogo dinamico con le aggregazioni politichi nel nome di una responsabile sinergia istituzionale.

Pressoché innato nel suo pensiero era il concetto di limite, tanto verso lo Stato che la Chiesa. La sua profonda fede lo accompagnò nell’esperienza politica, nei metodi e nei pensieri, ma non si tradusse mai in una sudditanza verso il Vaticano. Tant’è che fu lui l’artefice del fallimento della “operazione Sturzo” che, congeniata da Pio XII, prevedeva un’alleanza romana con la destra per evitare lo spauracchio della “vittoria rossa”. L’accordo avrebbe comportato, tra l’altro, anche un ridimensionamento sulla Legge Scelba sul divieto di ricostruzione del partito fascista. In quell’occasione, De Gasperi confermò l’indirizzo centrista della Dc, quello concordato con il cardinale Montini nel dopoguerra, come unità dei cattolici nella emarginazione delle frange estreme. Ma ancora, quel senso di limite riemerse quando De Gasperi, da uomo di fede e di Stato, in un discorso a conclusione dell’assemblea nazionale democristiana delineò il valore dell’esigente laicità, figlia dell’idea di secolarizzazione e democrazia di Jacques Maritain: “A questa «laicità» basta la Costituzione, a cui gli spiriti credenti hanno collaborato votandola così come è, non perché ritenessero che l’invocazione a Dio avrebbe menomata la dignità umana e il libero arbitrio (…) ma perché sanno che nella Costituzione di uno Stato moderno non è necessario proclamare le proprie credenze, quanto è indispensabile di accordarsi su norme di convivenza civile che con la libertà di tutti, difendono anche la libertà della fede”. 

Per De Gasperi, allo Stato sociale del dopoguerra non deve riconoscersi banalmente le mentalità negativa di tipo liberale, infatti, fermo restando l’affermazione dei diritti e delle libertà fondamentali, l’individuo e lo Stato non sono più realtà contrapposte.

La sua eredità è stata impegnativa per i suoi successori, la sua storia è anche la prova della forza dell’etica morale e dell’azione politica di quel primo dopoguerra che poi, in seguito alla crescita economica degli anni Sessanta, si è corrosa man mano. Per i primi democristiani il potere fu una suggestione incredibile, ne ebbero un approccio puro ed etico considerandolo come strumento per il progresso sociale e la lotta politica. Invece, per gli ultimi democristiani quel potere era diventato una certezza, una sorta di noiosa abitudine. In tal senso, la storia di De Gasperi può indicare anche un’idea di impegno politico verso cui tendere. La sua memoria rappresenta una guida nei nostri tempi travagliati, ci accomunano a lui la necessità di dover superare la triplice crisi economica, sociale e politica oltre che l’esigenza di riformare l’Unione Europea, da avvicinare, semmai, all’idea federale dei costituenti. Alcide De Gasperi è stato l’uomo del destino, della patria e della fede: unitariamente ed interiormente. Alcide De Gasperi è stato l’uomo della storia, della modernità così com’è oggi.

20 anni, studente di Giurisprudenza all'Università Cattolica di Milano, già exchange-student negli Stati Uniti d'America. Tra un corso e l'altro mi diletto a scrivere qualche articolo di attualità, specialmente sulla politica estera.

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